per una nuova cultura della comunicazione

Comunico - Numero 5

Sono solo canzonette

Sono solo canzonette? Si’ e no. Mi piace, quando mi fanno questa domanda, proporre l’esempio dei fazzoletti. Ne abbiamo a disposizione diversi tipi. I piu’ comuni sono quelli di carta: una soffiata di naso e via, usa e getta, adoperati e dimenticati. Poi ci sono quelli di stoffa, ma anche qui dipende da che tipo di stoffa: c’erano quelli delle madri d’un tempo, ricavati al risparmio da vecchie camicie, oppure quelli acquistati in negozio, economici o costosi, di cotone o lino. Poi le preziose “pochette” da taschino, di solito di seta. Dice il Battaglia (Grande Dizionario della Lingua Italiana) che il fazzoletto puo’ anche essere “…bianco, colorato, a disegni, orlato, con pizzi ecc.”.
Cosi’ sono le canzoni, scritte da varie persone con vari proponimenti, destinate a durare un’estate o decenni, pensate usa e getta o meditate con la speranza di comunicare qualcosa che l’autore ha in progetto di comunicare. Anche la letteratura e’ cosi’, e abbiamo il romanzetto da due soldi e i Promessi Sposi. Ma non dimentichiamo, in fine, che una grande poesia puo’ essere scritta anche su un fazzolettino di carta.

Lo chiamavano il frate, il nome di tutta una vita
segno di una fede perduta, di una vocazione finita
lo vedevi arrivare, vestito di stracci e stranezza
mentre le malizia dei bimbi, rideva della sua saggezza

Dopo un bicchiere di vino
con frasi un po’ ironiche e amare,
parlava in tedesco e in latino
parlava di Dio e Schopenhauer
E parlava parlava, con me che lo stavo a sentire
mentre la sera d’estate, non voleva morire
viveva di tutto e di niente, di vino che muove i ricordi
di carita’ della gente, di idee e filosofi sordi

Chiacchiere di un ubriaco
con salti di tempo e di spazio
storie di sbornie e di amori
che non capivano Orazio

E quelle sere d’estate, sapevan di vino e di scienza
con me che lo stavo a sentire, con colta benevolenza
ma non ho ancora capito, mentre lo stavo a ascoltare
chi fosse a prendere in giro, chi dei due fosse a imparare

Ma non ho ancora capito
fra risa per donne e per Dio
se fosse lui il disperato
o il disperato son io

Ma non ho ancora capito
con la mia cultura fasulla
chi avesse capito la vita
chi non capisse ancor nulla

Testo e Musica di Francesco Guccini
(EMI Music Publishing Italia Srl)

Grazie Francesco,
grazie per aver scritto questa canzone che ho cantato praticamente tutti i giorni negli ultimi trent’anni (se la matematica non mi inganna 10.950 volte) e grazie per aver accettato di scrivere l’articolo di fondo per questo numero di COMUNICO dedicato alle canzonette. Si, non ho detto alla musica, termine che comprende ogni genere, dalla classica al jazz, la musica colta degli intellettuali e della gente bene. Ho detto proprio canzonette, un fenomeno in voga negli anni 60 e 70 tanto da costituire la colonna sonora della mia vita. Quindi il mio grazie va anche (in rigoroso ordine alfabetico) a Claudio Baglioni, Lucio Battisti, Edoardo Bennato, Adriano Celentano, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla, Pino Daniele, Francesco De Gregori, Giorgio Gaber, Ricky Gianco, Enzo Jannacci, Bruno Lauzi, Domenico Modugno, Gianna Nannini, Gino Paoli, Luigi Tenco, Roberto Vecchioni, Antonello Venditti.
E… naturalmente… a Fabrizio De Andre’. Io volevo essere uno di loro. Ci ho anche provato e, per un po’, ci sono riuscito contro tutti e tutto. Sono stato quello che si puo’ definire un ottimo dilettante. Le loro canzoni mi hanno permesso di ricevere applausi, di divertire gli amici e anche …di far innamorare qualche ragazzina. Una generazione speciale, la mia, quella che oggi verrebbe definita la generazione del 68. Mio padre che ascoltava Signorinella o Vola colomba, diceva che io ero inebetito da Ventiquattromila Baci. Si e’ vero, forse sentivo Celentano ancora piu’ mio, proprio perche’ mandava in bestia mio padre. Era il primo germe di una pacifica rivolta che fu, per me, una vera e propria rivoluzione. Non mi mandarono, nel luglio del ’65, a vedere il concerto milanese dei Beatles (figuratevi suonarono al Velodromo Vigorelli mentre oggi un qualunque gruppuscolo riempie lo Stadio di San Siro) e questo, per me, fu un’ulteriore smacco, come quello di non poter portare i capelli lunghi, le camicie a fiori come quelle di Antoine o gli stivaletti col tacco come i quattro ragazzi di Liverpool.
La musica era una funzione vitale, come respirare, mangiare, correre, parlare. La musica era il comunicare per eccellenza. Ed e’ per questo che trovo normale un numero di COMUNICO dedicato alle canzonette. Da quegli anni in poi la musica ha avuto, per le giovani generazioni ,il ruolo di lingua mondiale, unificando popoli e nazioni molto piu’ della politica o delle religioni. Giovani di tutte le nazionalita’ si sono incontrati a Woodstock o all’isola di Wight fraternizzando in due ore, come mai sarebbero riusciti a fare dibattendo i loro problemi per giorni e giorni. In quegli anni, sull’onda del pacifismo e dell’amore per gli altri, la musica era semplicemente comunicare con la gente, soprattutto quella della nostra eta’. E io mi ci sono buttato. Gia’ nel 1966 a soli 14 anni partecipai al Festival Studentesco che coinvolse tutte le scuole superiori di Milano. La totale ignoranza della lingua inglese mi porto’ immediatamente ad interpretare le canzoni dei principali complessi italiani, i Camaleonti, i Dik Dik, L’Equipe 84, I Giganti. Subito dopo, sfasciati due o tre complessi per il mio maledetto carattere egocentrico e zingaresco, iniziai a interpretare i cantautori, primi fra tutti Francesco Guccini e Fabrizio De Andre’. Quante notti sulla spiaggia, quanti fuochi, quante bottiglie di vino e poi, finalmente, un palcoscenico, microfoni, riflettori e … il pubblico. Naturalmente facevo tutto cio’ solo ed unicamente per passione : “Vendere non passava tra i miei rischi”, per fare una dotta citazione. I testi dei cantautori sono entrati cosi’ a far parte del mio bagaglio culturale formando anche un po’ di quella conoscenza internazionale di cui tutti oggi amiamo riempirci la bocca. Non solo Beatles, Joan Baez e Bob Dylan, ma Jacques Brel e George Brassens, magistralmente tradotto da Nanni Svampa. Poi l’illusione e’ finita.
Molto presto, pero’, COMUNICO radunera’ tutti gli amici per una grande serata… avremo qualcosa da festeggiare. Sara’ l’occasione per allestire un palco sul quale potra’ salire chiunque ne abbia voglia, professionisti e dilettanti, in un miscuglio di suoni e di voci dove ciascuno avra’ la possibilita’ di esprimersi come crede, senza applausi ne’ fischi ne’ censure. Una festa della musica, creata da chi suona per chi suona, dove tutti saranno protagonisti e tutti pubblico. Presto comunicheremo il luogo e la data e sarete tutti invitati a partire da Francesco, Fabrizio e… gli altri.

Le canzoni sono la nostra cultura privata.
Uno “spazio protetto” dove cercare ricordi, luoghi e momenti della vita.

Il mondo gira, la vita cambia: trent’anni fa il televisore veniva occultato dentro al como’, si ascoltavano le canzoni quasi di nascosto (faceva fine ascoltare musica classica) e si compravano i fumetti nascondendoli dentro a riviste di cultura. Oggi non si nasconde, anzi a volte si esalta, l’ascolto delle canzoni e si ostenta la lettura dei comics. Pero’ alcuni ancora chiamano le canzoni canzonette, cosi’ come alcuni per indicare un house organ dicono il giornalino. Invoco coerenza: quelli che dicono canzonette dovrebbero chiamare i compositori musicistini e i redattori dei newsletter giornalistini.
Eppure, solo per fare una manciata di esempi, una canzonetta come “Estate” di Bruno Martino e’ apprezzata e suonata dai migliori musicisti del mondo, migliaia di ragazzi nel ’68 sono stati allevati al suono di “Contessa”, a Luigi Tenco e’ stato dedicato un premio che annualmente consente di fare il punto qualitativo del livello dei cantautori, Battiato scrive madrigali deliziosamente folli che vanno a ruba, Roberto Vecchioni mette d’accordo liceali e nonni, Renzo Arbore e’ ormai l’ambasciatore d’Italia in tutte le capitali della terra, Bob Dylan, i Beatles, Steve Wonder, Caetano Veloso e centinaia di altri autori sono ascoltati con riverenza da Pinerolo a Turku Abo. Eppure, per molti, sono solo canzonette, perche’ per alcuni ci sono cose nobili e cose plebee, e se vi occupate delle cose del volgo, dovete perlomeno provare un po’ di vergogna. Suonate il violino, non importa se assassinando Paganini? Strapperete sempre un sorriso compiaciuto della vostra vecchia zia, che invece trova disdicevole che suoniate, magari benissimo, il trombone. Lo so perche’ suonavo un vecchio Selmer a coulisse e in famiglia mi odiavano.

Cultura nobile o cultura plebea?
Concetti nobili e concetti plebei: pensate quanto si sentono appagati i camionisti se li chiamate “piloti della strada” e quanto si arrabbiano i piloti se li chiamate “camionisti del cielo”, anche se fare su e giu’ tra Linate e Fiumicino e’ piu vicino alla seconda definizione. Allarga il cuore sapere che, ad esempio, Paolo, un coetaneo che suonava il vibrafono nel nostro gruppo di ragazzotti piemontesi, gentilissimo studente di giurisprudenza, figlio della nota stirpe di avvocati astigiani, i Conte, oggi e’ adorato in mezzo mondo ed ogni suo concerto, all’Olimpia di Parigi come nelle Concert Hall di tutta Europa, strappa applausi alla prima nota, non appena il pubblico riconosce una canzone. Il successo di Paolo Conte, all’estero, e’ partito dalla Francia: il critico musicale del Figaro’ segui’ la sua tourne’e italiana sommergendo i francesi di elogi su questo avvocato poeta che cantava in modo sghembo storie di gente che invecchiava triste nei tinelli marron. Lo chiamarono a Parigi e Paolo Conte si chiese come i francesi avrebbero potuto capire i racconti di uno che vive in mezzo alla campagna, dove il sole e’ un lampo giallo al parabrise.
Avrebbero capito giusto parabrise. Cerco’ di tradurre le sue canzoni: incomincio’ da “La ricostruzione del Mocambo” e quando cerco’ di tradurre la frase “tinello marron”, si arrese, decise di non tradurre nulla e si preparo’ al fiasco piu’ totale. Fu un’apoteosi, invece, e il commento (assolutamente geniale) di Paolo Conte fu: “Ancora una volta i francesi sono stati vittima della loro presunzione di capire sempre tutto”.

Un’isola nei nostri pensieri
Lo amo da morire, Paolo Conte, perche’ in quelle sue atmosfere ci sono anch’io, c’e’ il Piemonte di quegli anni, quando tutte le ragazze si chiamavano Marisa, le topolino erano amaranto, Bartali vinceva tra i giornali che svolazzano e i francesi che si incazzano e noi suonavamo sotto le stelle del jazz, sorseggiando un tamarindo all’ombra di un bow window. Certo, io ora sono un musicista della domenica, come i pittori descritti da Paolo per i quali “oggi vien male questo celeste; ma no. E’ il ricordo delle tue tempeste”. Una domenica ho scritto, tra le tante canzoni con ambizioni melodico-armoniche, una canzone d’amore che usa un giro di accordi semplicissim insomma, una di quelle canzoni dove non si perde molto se si legge solo il testo. Si chiama “Isola”, sembra una barcarola per gente che si ama. Forse lo e’, ma soprattutto e’ la descrizione di quel piccolo pezzo di terra che ognuno di noi ha nel proprio retro-testa, un isolotto di pura fantasia dove ci rifugiamo quando il Giubileo sta per arrivare, le metropoli rigurgitano di sardomobili, la gente vi scoccia con mille domande e voi volete scappare in un posto riservato, dove viene ammesso solo chi amate davvero. E’ un piccolo e affettuoso saluto ai lettori di Comunico.

L’Isola (ninna nanna per innamorati lontani)
Parole e musica di Enrico Cogno
Se vuoi,
ti faccio un po’ di posto nella mia isola
dove gli uccelli cantano al mattino
quando è troppo presto per tutti,
dove i sogni sono Nutella
mangiata con le dita,
dove ti svegli affamato di sesso e caffè,
dove i ricordi sono mucchi di reti
strappate da pesci furiosi,
che io ricucio con pazienza. Vieni.

Se vuoi, ti lascio un posto in spiaggia
dove non si sdraia mai nessuno,
forse perché esiste la sabbia
solo nei miraggi degli uccelli migratori
che la invocano col battito lento,
con il volo sfibrato delle ali stanche,
delle ali mute,
delle ali bianche,
stormi sperduti di uccelli persi,
gabbiani ciechi, fratelli tersi. Vieni.

Se vuoi,
ti faccio un po’ di posto nella mia isola
solo se anche tu
hai guardato quegli stormi
altissimi nel cielo,liberi, eleganti,
ed hai desiderato
con una tale rabbia
che era pianto raggrumato
di esser preso in volo in mezzo a loro
ed aleggiare, bianco, muto, sordo e stanco,
verso non so dove.
Vieni.

Se vuoi,
ti faccio vedere la mia isola
inventata per scappare dal mondo,
una scheggia di cuore piantata nel cervello,
con le palme piegate
dentro alle acque salate come lacrime,
di un bianco colomba,
di un azzurro profondo
come gli occhi dell’addio.
Ma non dire parole gia’ dette
non fare cose gia’ fatte.
Non voglio rose gia’ colte:
non c’e’ posto per altre parole.

Se vuoi,
vieni in quest’ isola
dove vivono e muoiono persone libere
dal cervello trasparente.
Dove i flauti hanno soffi,
le donne non chiedono,
i maschi non dicono,
dove dormono
sonni infiniti
regine lontane,
dove le stelle sono quelle del jazz
e i poeti non scrivono
perche’ basta pensare:
e’ gia’ tutto poesia,
tutto e’ gia’ fantasia,
tutta l’isola e’ mia.
Vieni. Se vuoi,
solo se vuoi.

Un’esperienza di critica musicale e dei suoi misfatti commerciali. In un percorso ironico-pedagogico nelle vite di alcuni famosi jazzisti

Incipit
“Mister Jazz, il piu’ incredibile e originale trombettista mai esistito”, “Compositore di musica e canzoni di eccezionale vigore espressivo, rivissuto e trasfigurato in una geniale e personalissima visione interpretativa”, “Pianista di talento e compositore, e’ uno dei piu’ grandi musicisti contemporanei: il suo profilo musicale si staglia nel bebop come nel jazz-rock, nella classica, in incantevoli duetti e in assoli meravigliosi”. E ancora “Personalita’ poliedrica”, “Musicista di statura eccezionale, contrabbassista eccellente, compositore fenomenale con una personalita’ assolutamente fuori dal comune”, “Non si parla abbastanza di lui nel firmamento dei grandi del jazz”, “occupa un posto speciale nella leggenda del jazz”.

La voce
“Leggenda della musica americana, rappresenta l’ultimo cantante della generazione dei romantici. Pronuncia cristallina e liriche espresse in un tono vibrante ricco di ogni sfumatura o nuance interpretativa”, “Voce infantile dal timbro caldissimo… si conquista il favore di un pubblico eterogeneo, la sua voce, ormai popolare, rivela un sicuro e brillante senso ritmico”, “la sua voce, roca e cavernosa, fuoriesce prepotente rompendo tutti gli argini, come un fiume in piena”.

L’infanzia
“Come tutti i grandissimi del jazz, e’ venuto dal nulla, astro inaspettato in un firmamento che con lui comincia a brillare di luce piu’ fulgida. Comincia a muovere i primi passi in una povera casa, del piu’ povero quartiere…”, “non ha certo un’infanzia molto facile: vive con la madre in condizione di estrema indigenza”, “Nato al nord, un nord difficile da affrontare nel campo musicale, studia e lavora qua e la’ solo per mantenersi”, “una societa’ dominata da una razza diversa dalla sua e, in famiglia, orfano di madre, viene trattato con durezza da un padre crudele e razzista”.

L’artista disadattato
“Una personalita’ assolutamente non comune, psicotica e in alcun modo prevedibile e controllabile”, “la sua musica comincia a essere un tramite per esprimere altro, allora il suono prende finalmente corpo, un corpo con un’anima tormentata al suo interno”, “Alcol e droga, ma soprattutto la sua personale schizofrenia sono le cause, o forse soltanto gli effetti di un insanabile conflitto immerso in un’anima profonda e geniale, spaccata da contrasti autodistruttivi”.

La morte
“Si spegne a ventotto anni e trascorre gli ultimi periodi in difficolta’ economiche e di salute: una leggenda per un breve spazio di vita che ha lasciato nel jazz una traccia profonda e incancellabile”, “diventa ben presto una leggenda, grazie anche alla drammaticita’ della sua vicenda umana, quella di un uomo essenzialmente solo”, “dopo un periodo di cura psichiatrica, imbottito di tranquillanti e gravemente malato, si spegne in Messico”, “Venticinquemila persone rendono omaggio alla sua salma: innumerevoli gli eventi commemorativi che ripercorrono i suoi grandi successi: con lui si apre e si chiude un’epoca”.

Parole, parole, parole
Di chi e di che cosa abbiamo parlato fin ora? Musica jazz, d’accordo. Ma quali artisti, quali le differenze tra loro? Impossibile capirlo fuori dal contesto. Frasi da soap, impianto narrativo scontato e aggettivi sempre uguali, sempre piu’ vuoti. Il jazz e’ emozione. Un’emozione pura, che si produce durante l’ascolto e che persiste nel nostro ricordo, piacevole oppure no. Solo in un secondo momento riusciamo a percepirlo come fatto culturale e sociale, da studiare nelle forme e nei contenuti. Quello che sentiamo istintivamente e’ il connubio di tutti gli aspetti, e’ il risultato finale. Non c’e’ aggettivo che possa descrivere la totalita’ dell’esperienza musicale, tantomeno puo’ farlo una serie di Ôincredibile, meraviglioso, eclettico, poliedrico…’. Una critica deve arricchire e dare strumenti di interpretazione attivi e chiari. Negli esempi citati, invece, il jazz viene ridicolizzato, diventa un fumettone che lascia spazio a giudizi moralisti sottintesi, alla retorica, peggio, alla banalita’. Canzonette o no, meglio sarebbe parlare di meno e pensare di piu’. Una frase questa, come tutte le altre che abbiamo evidenziato, che va bene per tutte le occasioni. Ecco un esempio di zappa sui piedi.

Dall’antica Grecia a oggi, la musica si mostra come una traccia profonda nella cultura umana. Forma divina o psiche, e’ forza interiore e volonta’ di comunicazione

Nel principio Eru, l’Uno che nella lingua elfica e’ detto Ilu’vatar, creo’ gli Ainur dalla propria mente; e gli Ainur intonarono una Grande Musica al suo cospetto. In tale musica, il Mondo ebbe inizio, poiche’ Ilu’vatar rese visibile il canto agli Ainur, e costoro lo videro quale una luce nell’oscurita’. E molti di loro si innamorarono della sua bellezza e della sua vicenda che videro cominciare e svolgersi come in visione. Per tale ragione Ilu’vatar conferi’ Essere alla loro visione, e la colloco’ in mezzo al Vuoto, e il Fuoco Segreto fu inviato ad ardere nel cuore del Mondo; e questo fu chiamato Ea.

J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion

Compiuto l’ordinamento del mondo, Zeus chiese agli Dei cosa mancasse alla perfezione. Essi risposero che un’unica cosa mancava, una divina voce che cantasse e celebrasse quella magnificenza, e lo pregarono di creare le Muse. Nate da Zeus e da Mnemosine, la dea della memoria, le Muse con il loro canto svelano l’essenza del cosmo e permettono, a chi puo’ ascoltarne il canto, di vivere e narrare il divino di cui e’ impregnata la realta’ intera. La Musa o le Muse (al plurale), perche’ le Muse sono una e molte insieme, annunciano la verita’ in senso eminente, riflettendo con il canto e le parole lo svolgersi del tempo umano e le sue connessioni con il non-tempo divino. Per questo motivo, i cantori, i poeti e i vati antichi mai ebbero la tracotante audacia di definire se stessi “creatori”, ma piu’ coerentemente, e senza per questo sentirsi sminuiti nel loro valore, sapevano di essere semplicemente degli “ascoltatori”, poiche’ e’ la Dea stessa colei che canta e che svela. Non e’ dunque falsa modestia quella di Omero che nel verso di apertura dell’Iliade esordisce con il celebre Canta, o Dea, l’ira del Pelide Achille e non e’ certo retorica quella di Virgilio che nei primi versi dell’Eneide invoca la Musa perche’ l’aiuti a conoscere le cause della sventura di Enea: Musa, mihi causas memora, quo numine laeso… La grande poesia antica testimonia costantemente questa esplicita invocazione sacra rivolta alle Muse.

Canto come “essere del mondo”
Come afferma Walter Friedrich Otto in “Theophania”: ÇIl significato ontologico che il mito greco attribui’ al canto e al linguaggio in generale non trova riscontro in nessun altro luogo. L’essere del mondo giunge a compimento nel canto e nella parola. Gli e’ costitutivo il non potersi non manifestare: e il non poterlo se non come divino e per annuncio divinoÈ. Il cantore, il poeta, il vate erano gli unici in grado di ascoltare le Muse e di trasmettere compiutamente all’uomo il loro canto.
Questo “saper ascoltare” non era una semplice dote individuale profana e men che meno l’affinamento di una particolare sensibilita’ corroborata da uno sviluppo intellettuale. Siamo lontani dall’immagine dell’artista moderno che siamo soliti considerare: il bohe’mien tutto genio e sregolatezza. Il cantore, il musico, il poeta e il filosofo erano anticamente depositari di un sapere sacro che veniva loro trasmesso attraverso particolari e distinte iniziazioni, che rappresentavano gradi intermedi di un cammino complesso ed esistenzialmente arduo che consisteva nel percorrere le molte tappe che permettono all’anima di tornare verso la sua origine celeste e divina. Il quarto grado dei sette previsti per l’iniziazione ai Misteri di Eleusi, e il primo dei tre gradi destinati ai dignitari con il potere di iniziare, di istruire e di impartire gli ordini, erano composti proprio dagli araldi, dai vati, dai poeti, dai purificatori, dai medici e dai capi politici. Questo grado di iniziazione era detto del “coronamento” o “della corona”, per la corona di mirto o di alloro posta sul capo di coloro che superavano le prove ad esso relative. E la corona con la quale i capi militari vittoriosi e poi gli imperatori si cingevano il capo era la stessa che ornava le tempie dei poeti e dei vati. Questa pari dignita’ che si esprimeva cosi’ simbolicamente, era prerogativa essenziale della classe dirigente di quei tempi. Con funzioni differenti ma con pari dignita’, il vate, il filosofo, il capo militare reggevano i destini di una comunita’ ed erano ponti fra l’umano e il divino. Ugualmente, fra i celti e’ nota la corrispondente tripartizione nelle tre categorie di dignitari: i Bardi, i Vati, i Druidi.

La voce degli dei
Ma cosa era cantato un tempo, o meglio, cosa meritava di essere cantato? Il canto, quale voce degli Dei, a cui l’uomo partecipava, aveva il compito di sollevare nel regno sacro ed eterno cio’ che era grande ed essenziale. Il dolore e la sofferenza dell’uomo sono materie di canto, e cosi’ l’amore, il coraggio e la pieta’. Nel canto antico si fissavano in eterno quegli archetipi dell’anima umana che dovevano essere per sempre ricordati dalle future generazioni. Nell’Iliade, Elena, proprio la’ dove lamenta la cattiva sorte che ha colpito lei e Paride, giustifica questa col dire che cio’ doveva accadere perche’ un giorno entrambi divenissero materia di un canto. “Cio’ che e’ comune scende all’Orco senza risonanza”, dice Schiller e di questo erano pragmaticamente consapevoli gli antichi. Ma le terrestri vicende dell’uomo, pur nella loro grandiosa e drammatica realta’, stanno di fronte alla beata impassibilita’ degli Dei, ed e’ nel loro reciproco specchiarsi, che si svela per incanto il mistero dell’uomo e del cosmo. Il percorso che ha condotto l’uomo da quell’originario stato a questa nostra epoca cosiddetta postmoderna e’ stato lungo, e meriterebbe una altrettanto lunga analisi lo studio di ciascuna sua fase.

Il villaggio globale, i musicisti e i danzatori
Il punto al quale oggi siamo giunti e’ caratterizzato da un portentoso sviluppo dei sistemi comunicativi. Il mondo, a causa di questo sviluppo e’ diventato un villaggio, il Villaggio Globale. E come ogni villaggio che si rispetti, la tribu’ che lo abita e’ allietata da cantanti e danzatori. Interrogarsi sul senso della musica e sulla sua funzione puo’ essere utile anche per comprendere lo stato di salute dell’uomo e del mondo moderno. Mai come oggi la comunicazione, e ricompresa in essa la musica, ha avuto un ruolo cosi’ decisivo. Non a caso la musica rock e’ ritenuta la forza d’urto in grado di coinvolgere le nuove generazioni verso gli ideali di pace e progresso che sottendono politicamente a un futuro governo unico mondiale. La musica e’ andata a sostituirsi alla politica, o almeno prepara quel clima psicologico necessario al mutamento culturale, sociale e quindi politico. Mentre una volta la musica innalzava l’uomo e lo faceva partecipare al divino, oggi e’ la psiche e cio’ che sta al di sotto della psiche ad essere trattato, quasi terapeuticamente, dalla musica.
La scarsezza dei contenuti e la banalita’ delle storie narrate viene compensata dal forte impatto emotivo che la musica, potenziata dalla tecnologia, riesce a suscitare. I ritmi sincopati, il forte impatto dei tamburi e dei bassi e le frequenti tempeste acustiche, hanno piu’ lo scopo di stordire e anestetizzare che di svegliare e rendere consapevoli. Un concerto di musica rock si dice sia aggregante per i giovani: due ore sono sufficienti a fraternizzare, a rendere la vita piu’ sopportabile e sensata. Questo tipo di musica esisteva anche anticamente, pur avendo anch’essa una valenza sacra. Non era certo la musica cantata dalle Muse; era quella di Dioniso e dei riti orgiastici che aveva il compito di abbattere le soglie dell’Io per poter far scorrere poi liberamente le forze elementari trattenute in condizioni normali. Ben condotti e istruiti, questi iniziati raggiungevano stati interiori di superamento dell’Io e proseguivano oltre. Non preparati a sufficienza e lasciati a se stessi, soccombevano ed erano destinati a divenire degli invasati perpetui, persi completamente alla causa del sacro.

Il segreto e’ nell’eros
Il 90% e piu’ delle canzoni che oggi in tutte le lingue ascoltiamo ha l’amore erotico come centro. La forza psichica prodotta dall’eros e il grado di coinvolgimento che essa produce nella sua simbiosi con la musica, sono per l’uomo di oggi una miscela esplosiva. Non vi e’ droga piu’ a buon mercato dell’amore, e saper toccare queste corde e’ sempre stato un buon business per tutti, da Don Giovanni, al discografico, al … pubblicitario. L’integrazione fra musica, immagini, parole, tatto e olfatto sembra essere il futuro della comunicazione e la realta’ virtuale ne e’ la frontiera piu’ avanzata. e’ molto probabile che fra non molto il cittadino-utente sara’ in grado, tra l’altro, di valutare l’efficacia di un prodotto testandolo virtualmente, restando magari comodamente seduto sul suo divano di casa.
I suoni e la musica avranno sicuramente un ruolo costitutivo e centrale nello sviluppo di questo processo che e’ gia’ in corso. Il connubio tra tecnologia e comunicazione (Information Technology), oltre a modificare lo stile di vita dell’uomo e le sue abitudini, andra’ a toccare i centri nevralgici del suo essere e gli aspetti piu’ profondi della sua psiche. Sara’ in definitiva un uomo diverso quello che abitera’ il pianeta fra non molti anni, perche’ gli stimoli psichico-emotivi a cui sara’ sottoposto lo trasformeranno. Le modalita’ con le quali questa fase di sviluppo si sta imponendo sembrano avere delle caratteristiche simili a quelle esperienze che gli antichi provavano attraverso le iniziazioni a cui sopra abbiamo accennato. L’utilizzo particolare e mirato della musica, delle droghe, del sesso e di conseguenza il viaggio a distanza o “in astrale”, la creazione di mondi virtuali nei quali vivere, l’esasperazione in tempi determinati e controllati dei propri sensi, la sottomissione dell’io, l’anonimato e la spersonalizzazione, erano alcuni tra i passaggi che un iniziato doveva superare e sono, nel contempo, i traguardi che i nuovi sistemi di comunicazione si sono prefissati. Le forze agite sono le medesime e le modalita’ operative messe in campo sono molto simili a quelle antiche. La morte e la rinascita a una nuova vita erano il fine di ogni iniziazione, e le crisi che si dovevano affrontare rappresentavano i limiti interiori dell’uomo che, attraverso queste, aveva la possibilita’ di conoscersi in profondita’ e di superarsi.

Il rito di iniziazione
Non e’ possibile approfondire qui la differenza fondamentale che risalta dalla comparazione fra “l’epoca delle iniziazioni” e la nostra, caratterizzata dalla scomparsa del Sacro e dalla conseguente secolarizzazione dell’uomo. e’ pero’ utile valutare tecnicamente alcune modalita’ tipiche dei processi di iniziazione e compararle con le nuove tecniche della comunicazione. Dunque:
1. non tutti potevano accedere ai misteri ed essere iniziati;
2. chi vi accedeva doveva preliminarmente trascorrere in comunita’ un periodo non breve nel quale doveva prepararsi e purificarsi;
3. in ogni fase dell’iniziazione gli iniziandi erano seguiti da iniziati di grado superiore che avevano quindi gia’ superato quelle stesse prove;
4. una volte superate le prove, gli iniziati, trasformati nel loro Io piu’ profondo, tornavano al loro vivere quotidiano;
5. le crisi e gli stati psichici artificialmente vissuti durante i riti non erano piu’ rivissuti “in proprio” dagli iniziati perche’… non ce n’era piu’ bisogno;
6. vi era l’obbligo, pena la morte, di non rivelare mai il contenuto dei misteri, data la pericolosita’ delle pratiche messe in atto durante il rito.
Va infine sottolineato come tempi circoscritti e qualificazioni speciali impedissero che la “trasgressivita’” delle esperienze-limite vissute durante il rito potessero diffondersi nel tessuto sociale e, comprese e vissute soltanto nella loro manifestazione profana, dispiegassero cosi’ tutti i loro effetti disgregativi. Il contesto nel quale pochi potevano accedere a questa “trasgressione sacra” non escludeva l’esistenza dei culti e della conseguente devozione che i cittadini tributavano agli Dei; anzi, cio’ costituiva l’humus spirituale exoterico sul quale si innestava la Via esoterica dei Misteri. Le moderne leggi di mercato prevedono la massima diffusione e penetrazione delle tecnologie relative alla comunicazione. Non vi e’ ovviamente nessun controllo del processo e non e’ da escludersi che le forze cosi’ evocate e prodotte possano esplicare tutta la loro grande potenza su un uomo, come quello odierno, scolarizzato, ma del tutto privo di quelle difese “sottili” che la nostra desacralizzata societa’ non e’ piu’ in grado di offrire.

Qualche mese fa in California decine di persone si sono date la morte per raggiungere un’astronave nascosta, a detta loro, nella coda della cometa Hale-Bopp. Espertissimi di internet, si guadagnavano la vita producendo pagine web. Una curiosa Trinita’ costituiva il loro cult la Bibbia, il computer, gli ufo. Non perdevano una puntata di X-Files e rivedevano in continuazione Star Trek. Ascoltavano musica new-age. I loro parenti si sono rifiutati di ritirarne i cadaveri. Non e’ stata solo un’americanata finita in tragedia; e’ l’epilogo di una setta eretica di fine millennio i cui articoli di fede erano rappresentati dalla commistione fra elementi sacri e profani, scienza e religione. La comunicazione e i suoi strumenti hanno qui assunto il ruolo che nella religione cristiana ha lo Spirito Santo e il suo modo di manifestarsi: la conoscenza, il potere sottile e trasfigurante, la comunicazione a distanza, ecc. La scienza della comunicazione ha oggi bisogno piu’ di “tecnici dell’uomo” che di tecnici delle macchine. L’antropologo, lo psicologo, lo storico, lo studioso di cose sacre, sono indispensabili, non per ostacolare un business che gia’ marcia con le sue gambe, ma per salvaguardare la vita fisica e psichica degli uomini, soprattutto di quelli piu’ deboli.

PS: Queste riflessioni sono nate da una domenicale comparazione fra la canzone di Adriano Celentano “Azzurro” e “Laura non c’e'” di Nek.

Un giubbox in casa mia. e’ il sogno che ho sempre avuto. Tenerlo in camera e spararci dentro tutte le monete che voglio, tanto poi me le riprendo. Il giubbox non c’e’ neanche piu’, ma questo e’ un bel gioc tirar fuori dalla memoria le canzoni che accompagnano la mia vita. Senza classifiche, senza ordine di tempo, di geografia, di genere. Un solo ordine, e solo per gioc quello alfabetico. Con disinvoltura, come “animali con la Effe”, “citta’ con la Zeta”, “cantanti con la Pi”. Motivi che escono dai ricordi. Come capita. Magari sbagliando qualche titolo, o qualche parola straniera, pazienza. E sara’ subito flashback.
Buon ascolto.

A
Amore che vieni, amore che vai. Amore prima di tutto, che altro? Fabrizio De Andre’, sempre in lizza per la palma del piu’ grande con il misterioso Lucio Battisti, a cui va, se non proprio la palma, molta riconoscenza per tante umide pomiciate pomeridiane. Umide come quell’Acqua azzurra che bagna i confini tra il mangiadischi e i trentatre’, cosi’ come un’altra grande A bagna quelli tra l’ellepi’ e il cidi’: e’ di un altro genovese, Ivano Fossati, Alzati che si sta alzando la canzone popolare, inno fortunato del delirium ulivista.

B
Generazioni di vocalist ci hanno mosso i primi balbettanti passi: Ba Ba Ba, Barbara Anne, balbettante, anche lei, ma molto allegra. I chitarristi da spiaggia preferivano Buonanotte fiorellino, incerta tra il valzer e il non-sense che diventa poesia. Ecco qua Blackbird dei Beatles, un virtuosismo per gli arpeggiatori; ecco la’ Bridge over troubled water, ideale per le coppie in formazione, lui vociante come lo scapigliato Art, lei gorgheggiante come il mite Paul.

C
Carlo Martello. De Andre’ rivisita la storia e ne mette in luce aspetti inediti. Il condottiero conquista il pubblico non per i fasti della battaglia, ma perche’ piu’ che del corpo le ferite / da Carlo son sentite le bramosie d’amor. Si ricorderanno sempre quei versi: e’ mai possibile, o porco di un cane / che le avventure in codesto reame / debban risolversi tutte con grandi puttane? Negli stessi anni la C dona al rock una splendida Child in Time, (Deep Purple, Made in Japan), dove la chitarra di Ritchie Blackmore geme all’unisono con la voce di Ian Gillan, sempre vanamente scimmiottata. C come California, come Cielo grigio su, foglie gialle giu’: il mito americano, il sogno di molti giovani, ingenui, inquieti, persi a cercare un po’ di blu dove il blu non c’e’.

D
“Io sono tanto giovane e tu sei tanto vecchia…”: non e’ il riscatto delle tardone: e’ la mitica Diana, offerta da Paul Anka ai fanatici del giro di do. Simili per accordi, ma ad anni luce per intensita’, Don’t think twice it’s allright di Dylan e lo strano catto-comunismo dei Nomadi, con Dio e’ morto.

E
“E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure…”. Rimmel, 1974. La voce metallica di De Gregori spedisce le labbra di lei a un indirizzo nuovo, e cosi’ la foto in cui lei sorrideva e non parlava. Difficile dimenticare. Eppur mi son scordato di te, guarda un po’, a testimoniare che invece tutto passa. Anche le piu’ profonde Emozioni, anche la voglia di seguir con gli occhi un airone e la spavalderia del guidare a fari spenti nella notte. E… E… E poi un’opera, che proporro’ presto alle mie figlie, magari una domenica, dopo il catechismo, per controllare l’eventuale turbamento di fronte a un’altra verita’: il musical del Cristo Superstar, visto trenta volte, ma sempre capace di annodare la gola con Everything’s allright.

F
Figli… famiglia… Father and son, di un ingiustamente dimenticato Cat Stevens. O Fiore di maggio, di Concato il virtuoso, ninna nanna dolcissima. (Non ha ancora svelato, pero’: e’ nata sulla sabbia o a casa di suo fratello?)

G
G dura, come in “ghigno”. Anche se e’ dolce, come nel Giovanni telegrafista di Jannacci, che col pirippippiri ha scritto la piu’ energica onomatopea proletaria, agganciandola all’umorismo tragico di Vengo anch’io, Ho visto un re, Faceva il palo, Ragazzo padre. Oppure G dolcissima, come in Genova per noi con quelle facce un po’ cosi’.

H
How many roads must a man walk down / before you can call him a man? Yes, Ôn’ how many seas must a white dove sail / before she sleeps in the sand? How many times must the cannon balls fly / before they’re forever banned? Piu’ delle risposte che soffiano nel vento, sono le domande di Bob Dylan che scuotono l’umanita’. How many, how many, how many, anafora incalzante, ossessiva, piu’ del “per me si va” della porta dell’inferno.

I
It’s not my way to love you just when no one is looking… Vecchio Keith Carradine, quante menzogne sui tuoi versi (I’m easy). Le giuravamo che non era nostro stile amarla di nascosto, che eravamo ragazzi semplici, trasparenti; dandoci dentro, invece, con gli arpeggi piu’ barocchi per strappare un sorriso, un fremito. I come “io, indomito impostore”.

J
Bella, la J. Puoi leggerla I, se la vuoi ruspante; oppure G, se sai le lingue. Ed ecco Jesael, misteriosa (era una femmina? una citta’? che altro?), ed ecco Just like a woman, ballata versatile, buona per invitarla a sopportare il dolore “proprio come una donna” ma anche a fare l’amore “proprio come una donna”.

K
Durissima, la Kappa. Simbolo della crudelta’ del potere (ricordate Kossiga?). Bussa dolce, pero’, in Knock, knock, knockin’ on heaven’s door: dolce come l’immagine della porta del paradiso, come quella melodia adatta agli stili piu’ vari, dall’originale ballata di “Pat Garret and Billy the Kid” al rock o al reagge dei concerti.

L
Elle. Liquida, languida, fluente come un racconto. Lailalai, lailalallallailalaillailalai… Il dondolio universale di quel ritornello ha unito nel canto ragazzi di tutto il mondo, piu’ della storia di quel giovane pugile cantata da Simon e Garfunkel in The Boxer. Un’altra L, particolarmente cara ai milanesi, ha fatto cantare i ragazzi di tutta Italia. Luci a San Siro, prima che Vecchioni s’ubriacasse di Festivalbar e di Costanzo Show, ha interpretato una tipica poesia della citta’, da un lato con la (ignara?) profezia dei fasti tangentisti (fatti pagare, fatti valere… e se hai le mani sporche che importa, tienile chiuse e nessuno le vedra’), dall’altro con la struggente invocazione a Milan ma dammi indietro la mia Seicento, i miei vent’anni e la ragazza che tu sai…

M
Sarebbe troppo far uscire Bob Dylan anche qui, con Mr Tambourine Man, o Masters of war, sigla del pacifismo universale. E allora Margherita, vera novita’ nella canzone d’amore, melodia classica svecchiata da Cocciante, inconsueto timbro vocale carico di ruvida passione.

N
Mentre negli usa si gioca con Neanderthal Man (“Io sono l’uomo di Neanderthal, tu sei la donna di Neanderthal: facciamo l’amore di Neanderthal!”), e mentre in Giamaica s’indugia in vetero-maschilismi (No woman, no cry), da noi la piu’ matura coscienza politica rivendica il diritto all’autodeterminazione: Nessuno mi puo’ giudicare, nemmeno tu. Preparando cosi’ il miglior frutto di quella stagione: Non so che viso avesse, neppure come si chiamava. Do, fa e sol settima, calcare bene sulle erre e sulle esse. Ancora oggi sono pochi a farla tutta intera, finendo sempre con la camicia sudata, un po’ per la fatica, un po’ per la fiaccola dell’anarchia.

O
Rotonda O, perfetta, bella come il sole. E come La canzone del sole: O mare nero mare nero mare ne. La, mi, re, la: neanche un accordo col barre’. L’allegra facilita’ del canto copre le ambiguita’ del test ferma, ti prego, la mano… cosa vuol dir sono una donna ormai…

P
Lettera democratica per eccellenza, la P. Popolo, people, pueblo… El pueblo unido jama’s sera’ vencido, cadenza ideale per assemblee e cortei, raccoglie a un certo punto anche il successo delle vendite: gli Inti Illimani con Venceremos guidano la hit parade del 1972, accanto a Claudio Baglioni con Piccolo grande amore. Ex aequo, il diavolo e l’acqua santa. Lettera di comunicazione, la P: Parole, parole, parole. Mina forse non sa di aver ispirato questa rivista e dato il titolo al primo numero. Ma anche lettera-turpiloqui quante parolacce cominciano per P, tanto che, chiamando Pippo, esce spontane che cazzo fai?

Q
Beffarda Q, con quell’astina che s’insinua nel bel tondo. Insinuante e ironica anche nel canto, come nel proclama di Gaber Quasi quasi mi faccio uno shampoo, o nella giostra ormonale di quella sua maglietta fina.

R
Quante erre nelle lingue del mondo! Lettera birichina, fa scivolare i mosci, gorgogliare i francesi, masticare gli americani. Erre a manciate, erre a grappoli, erre da riempire, da morire dal ridere. Ridere, ridere, ridere ancora, ora la guerra paura non fa… Gia’, erre da ridere. Erre, comunque, per tutti i gusti. Stando in fondo a tutti i verbi, c’e’ una erre per amare, una per gioire, una per soffrire, un bel mazzo (sempre dispari!) per corteggiare: Rose rosse per te ho comprato stasera, cantava Massimo Ranieri, eroe di cento duelli con Gianni Morandi.

S
Settembre il mese dei ripensamenti, cantiamo con Guccini a ogni ritorno dalle vacanze, pensando e ripensando a cio’ che ci aspetta o a cio’ che non ci aspetta per niente. Un lavoro, una speranza, un amore. Settembre (appunto) mi dirai / quanti amori porterai, dice Alberto Fortis con la dolcezza dell’Ossola, invocando le vendemmie che faro’. Ma nessuna dolcezza, di esse o di amore, ripetera’ la poesia di quel verso zuccherino, meritevole di tante conversioni all’amor profan Solo una sana e consapevole libidine salva i giovani dallo stress e dall’azione cattolica. Esse, poi, naturalmente, come Sono solo canzonette. E Stop. (Non parlo di Soul man: non ricordo se James Brown o Blues Brothers).

T
Teutonica la T. Tagliente, terribile, specie nelle allitterazioni. Come in quel Tatta’rattanta’n che, da Gianni Morandi a Joan Baez (chi ricorda il concerto all’Arena di Milano, 24 luglio 1970?), ha mitragliato in tutto il mondo l’odio per la guerra e la speranza di pace. Ma anche protettiva, la T, con quelle grandi braccia aperte come un padre affettuoso (Teach your children) o come un maestro paziente (Teacher, leave the kids alone). A volte inchiodata, come il tempo che non cambia mai, e a volte travolgente come quello che cambia di continuo (The times they are a’changing).

U
UUUh, quanta retorica sulla U. Unione, uniamoci, uniti, unita’. Un tratto di penna curvato a ferro di cavallo, simbolo del confronto fra le esperienze (si dispongono i tavoli a U, nei business meeting) o della solidarieta’ fra le persone. USA for Africa, un bell’esempio.

V
Simile nel disegno, la V, ma piu’ rigida, acuminata, chiusa nel suo angolo acuto come nella cupa e introversa ribellione di molti figli, sognatori adolescenti / che non chiedono consigli / e rispondono tra i denti: Vaffanculo. Un grido che parte sottile, Vaffanculo, tra i denti, proprio come la V, ma che poi cresce, si apre, esplode, a volte in un urlo trionfale, altre volte in una rabbia devastante. La canzone di Masini, fuori dal bolso perbenismo di chi non vuole le parolacce, diventa un inno autenticamente liberatorio.

W
Torna morbida, la V, se raddoppia. Morbida ed equivoca, come la passeggiata trasgressiva di Lou Reed, Walk on the wild side, oppure delicata e riflessiva, come certi quesiti esistenziali (Where have all the flowers gone, long time passing…) o certe indomite speranze (We shall overcome).

X
Croce obliqua. Lettera ambigua. Puo’ dire no, come sui testi da cancellare, o puo’ dire si’, come sulla scheda elettorale. e’ incapace di vincere, al massimo sa pareggiare, come al totocalci Vivo, morto o X?

Y
Your song, quella canzone di un’amore che e’ stato e che e’ per sempre, forse oggi piu’ di ieri. Ieri, Yesterday. I believe in yesterday. Credo nel passato. Si’, ci credo proprio tanto. Credo nella storia, nell’esperienza, nei valori, nell’insegnamento di cio’ che e’ stato. Credere al passato e’ sperare nel futuro.

Z
Zeta come… Oddio, finita la pagina. E finite le monete. Tutte nel giubbox, con le mie memorie, le emozioni e le storpiature accumulate negli anni. Giu’, a riprenderle.

La crisi del sistema discografico consente di aprire gli occhi su cio’ che il pubblico davvero desidera: ma capirlo non e’ impresa facile

La notizia, emersa pochi mesi fa, e’ di quelle che suscitano scalpore: le canzoni di Sanremo non si vendono piu’. Che il mercato discografico stia attraversando un periodo di crisi non e’ un mister il livello dei prezzi e’ un potente disincentivo all’acquisto, e la piaga della pirateria ostacola lo sviluppo dell’intero sistema. Sorprende tuttavia che dal degrado complessivo non si salvi neppure il Moloch canoro per eccellenza, oltretutto in una stagione di grande successo televisivo. Le cause possono essere molte: l’assenza di canzoni veramente belle, l’offerta tendezialmente monocorde, un generale disorientamento del consumatore a fronte di megastore talvolta dispersivi. Certo non e’ questa la sede per renderne conto. Si puo’ semmai tentare di rispondere alla domanda opposta: quando una canzone piace?

Due linguaggi a confronto
Una canzone e’ un sistema integrato di parole e musica: non se ne da’ il successo senza un indovinato mix delle une e dell’altra. L’interazione fra questi elementi e’ superiore a ogni regola (un testo romantico puo’ essere tranquillamente veicolato da una base rock e viceversa), e non contempla ricette sicure per incontrare il favore del pubblic tutto dipende dalla capacita’ dell’artista e dalla sensibilita’ dell’utente. Fin qui, la teoria. La pratica costringe invece a fare i conti con una variabile pericolosa: la concorrenza straniera. Gli autori nazionali ne sono sfavoriti, in special modo con un pubblico esterofilo come quello italiano. Preceduti da martellanti campagne di lancio e da una notorieta’ che spesso rasenta il mito, i musicisti d’oltre frontiera invadono il mercato con proposte non sempre all’altezza, ma destinate a lasciare un segno. Il fascino dei pezzi stranieri, al di la’ della bravura degli interpreti, sta nella maggiore liberta’ che essi lasciano all’ascoltatore: costui, meno vincolato a un testo che magari non riesce neppure a capire, non ha che da abbandonarsi alle note, e solo su queste costruisce le immagini, i sogni, i ricordi che ne condizionano il giudizio. Cosi’, per un autore non italiano e’ sufficiente azzeccare un motivo orecchiabile, e il favore del pubblico segue quasi automatico. Nemmeno chi conosce le lingue fa eccezione: l’interpretazione di una lirica richiede infatti uno sforzo notevole, e cio’ contrasta con la funzione rilassante della melodia. Un brano cantato nella propria lingua obbliga a questa comprensione, vincolando la fantasia del pubblico. Come saprei di Giorgia non evocherebbe immagini di guerra neppure nel piu’ perverso dei militaristi, mentre ascoltando C’era un ragazzo di Gianni Morandi riuscirebbe difficile pensare a Greenpeace. Invece, scagli la prima pietra chi, dinnanzi a The dock of the bay di Otis Redding, non si immagina qualcosa in piu’ dell’individuo che siede a contemplare il mare; oppure chi, scivolando fra le note di Y.M.C.A. dei Village People, riesce solo a concentrarsi sull’omonima catena alberghiera. Piu’ liberta’, piu’ fantasia: perche’ stupirsi se gli stranieri vendono di piu’?

Il ruolo del cinema
Il regista Quentin Tarantino sostiene che i film di successo impongono una sorta di esclusiva sui brani celebri delle loro colonne sonore, arrivando talvolta a “impadronirsene”; e porta come esempio una pellicola del 1972, Mean streets, molto fortunata in madrepatria e da noi importata solo dopo alcuni anni: ebbene, i titoli di testa erano accompagnati dalle note di Be my baby, che negli anni ’50 fu un grande hit e che pertanto avrebbe dovuto brillare di luce propria, ma che l’autore di Pulp fiction etichetta senza mezzi termini come sigla di Mean streets, e basta.
Credo che Tarantino abbia ragione: la cultura musicale italiana e’ letteralmente infarcita di episodi analoghi. Basti pensare a I can’t take my eyes off of you, inserito quasi di prepotenza nella colonna sonora de Il cacciatore, e da allora ricordato come parte integrante del film; a Shape of my heart di Sting, scelto da Luc Besson quale commento ai titoli di coda di Le’on; all’orecchiabilissimo 2 the night di Ottmar Liebert, costretto a un lungo anonimato prima che Pieraccioni lo eleggesse a leit-motiv del suo Il ciclone.
In tutti questi casi il binomio vincente si sposta dall’asse parole-musica a quello immagini-musica. All’ascoltatore non e’ piu’ richiesto alcuno sforzo di fantasia: la percezione del brano e’ associata alle scene del film, e l’impatto mnemonico e’ tanto forte da rendere secondaria l’importanza del testo. Cosi’ capita di accostare un tema d’amore come appunto I can’t take my eyes off of you al Vietnam di Cimino, o di sovrapporre un altro brano sdolcinato quale Be my baby alle crude vicende metropolitane di Scorsese. A questo punto il successo di raccolte come Top of the spot o Top of the movies non dovrebbe stupire: in esse l’utente riassapora la stessa unione fra suono e immagini che ha gia’ sedimentato al cinema o in televisione.

Conclusione
Ricapitoliam suoni, immagini, ricordi… Il gradimento di un brano musicale e’ dunque piu’ legato alla sensibilita’ dell’ascoltatore che alla ricchezza del testo. Tuttavia la parola non ha assolutamente un ruolo secondari tranne infatti pochissime eccezioni, i brani che hanno fatto la storia della musica leggera sono tutti cantati. e’ come se la mancanza di una lirica relegasse l’impianto musicale a una nenia di sottofondo adatta a malapena alla sala d’attesa del dentista.
Contraddittorio? Forse. Una bella voce conferisce senza dubbio piu’ grinta alla composizione, e quindi ne incrementa il fascino; ma inevitabilmente la personalizza, tarpando le ali alla creativita’ del potenziale acquirente. Siamo ancora al gatto che si morde la coda: da un lato l’artista e le sue esigenze espressive, dall’altro il pubblico e la propria voglia di sfogo e di poesia. E’ un continuo, disinvolto inseguimento reciproco, destinato a concludersi solo quando da entrambe le parti si sara’ riusciti a ritrovare se stessi.

Vivere con pienezza, scoprendo il segreto della “pienezza” mentale. Un modo per interrompere i sentimenti negativi e imparare a sorridere alla vita.

Non mettetemi alle strette. Ho appena avuto a che fare con quel genere di signori che pontificano dall’alto delle loro certezze. Mentre ascoltavo serio, serio, immaginavo che sarebbe stato bello mettersi a cantare, a ridere, in faccia a tutti. E a dire a tutti che ho fatto una scoperta: ho scientificamente provato che la vita e’ bella e che, fondamentalmente, dipende da noi stessi renderla tale o meno. Lo hanno provato anche gli eroi antichi e moderni, pensavo, che sono capaci di dimenticare gli affanni e di vedere sempre lo scorcio di azzurro nel cielo coperto di nubi.

Una risata li seppellira’
Mi sono congedato da quei signori con una certezza: voglio diventare un eroe. Da domani, pero’. Cosi’ non mi resta che tornare a casa e imbracciare la chitarra. Sono otto mesi che non suono, che non canto. Da ragazzo lo facevo un’ora tutti i giorni. La mia vita era scandita dalle canzoni. Bennato, Dylan, David Bowie, John Denver, gli Eagles, Jackson Browne: ognuno di essi ha accompagnato una crisi e una rinascita. A quel tempo ero molto serio. Anzi, mi prendevo terribilmente sul serio. Ogni amore era per sempre, ogni frase definitiva, ogni decisione eterna. La coerenza mi era stata indicata come un valore. Ho scoperto a mie spese che la coerenza e’ incoerenza del se’. Ho trascorso l’adolescenza rinunciando a vivere, cantavo le canzonette senza essere una canzonetta. Ci ho guadagnato solo la grande nostalgia di aver perso tempo e occasioni. L’ho scoperto tardi: “L’unico modo per essere seri e’ non prendersi sul serio”. Oggi tutte le volte che mi trovo davanti a persone che vivono facendo l’apologia di se stessi, mi scappa da ridere.
Thich Nhat Hahn e’ un santo buddhista. Monaco vietnamita e candidato al Nobel per la Pace da Martin Luther King, ha dedicato e dedica l’esistenza a insegnare la consapevolezza. Un suo libro mi ha cambiato la vita: Il miracolo della presenza mentale (Ubaldini, 14 mila lire). “Il miracolo e’ camminare sulla terra”, e’ scritto. L’unica cosa che conta, insegna, e’ vivere l’attimo presente: “La presenza mentale e’ al tempo stesso un mezzo e un fine, il seme e il frutto. La presenza mentale ci libera dalla distrazione e dalla dispersione e ci consente di vivere pienamente ogni istante. La presenza mentale ci consente di vivere”.

La tecnica della salute
La prima tecnica per ottenerla e’ portare l’attenzione sul respiro. Ma ce n’e’ una scioccante: usare il sorriso. Anzi, il “mezzo sorriso”. Un mezzo sorriso appena svegli, uno nei momenti liberi, un’altro ascoltando la musica, perfino nei momenti di irritazione. “Vinci il male con il bene”, dice il cristianesimo. Il morbido “spezza” il rigido, ricorda il taoismo. Se tutte le volte che ci prendiamo sul serio ci scappasse da ridere, saremmo gia’ a meta’ del Cammino, quello con la “C” maiuscola. Se tutte le volte che ci viene da prendere a sberle l’automobilista idiota, lo guardassimo con un mezzo sorriso, guadagneremmo in salute fisica e mentale. E’ una legge dello spirit l’atto positivo spezza le catene del sentimento negativo. E guarisce. Senza tavor e valium.
Smetterla di prendersi sul serio allenta la tensione, i muscoli si rilasciano, la mente si tranquillizza (anche se si puo’ entrare in crisi di fronte al niente che si trova nel non lasciare piu’ spazio all’illusione e all’inganno): la medicina cinese insegna che il rilassamento fa fluire l’energia. E se, dunque, l’energia porta vigore al corpo e allo spirito, rilassarsi e’ il primo passo per guarire da ogni genere di malattia. Fisica o spirituale. Mi scappa uno slogan: “Un sorriso ti allunga la vita”. Sapete com’e’, lo dice la canzonetta, “Nella mia categoria, tutta gente poco seria, di cui non ci si puo’ fidare…”: non ci resta che provare. Se fosse vero, vivrei almeno un giorno in piu’ di tipi tanto seri che sono convinti di essere espressione diretta della deita’. Sai che goduria divina?!

Molti brani musicali sono costruiti oggi come pezzi meccanici da assemblare. Eppure diventano famosi. E’ questo il vero senso del successo?

Al Conservatorio, l’insegnante di composizione era solito ripeterci: “Se non avete niente da scrivere, e’ meglio non scriviate niente”.

L’MD 80 Alitalia, trotterellando disinvolto sulla pista dell’aeroporto, si avviava al decollo. Immerso nei miei pensieri guardavo dal finestrino in attesa della libidine che mi prende al momento della spinta dei-motori-a-tutta-canna e nell’attimo supremo in cui l’uccellaccio stacca l’ombra da terra per puntare in su mentre l’eccitazione tramuta in sublime quiete. Veramente la quiete quel giorno fu disturbata da una cacofonia che proveniva dalle cuffiette del walkman della signorina seduta a fianco a me: un pezzaccio da discoteca, di quelli con una frase melodica – si fa per dire – cortissima e banale, offensiva in quel suo ripetersi, farcita con uno di quei ritmi da torcimento di budella. “Se non avete niente da scrivere, e’ meglio non scriviate niente”. Appunto!

Addio alla creativita’
Questa frase, che a tutta prima puo’ sembrare ovvia, nasconde in se’ una grande verita’: quante volte incappiamo senza saperlo in dischi confezionati come un pacchetto di biscotti, costruiti, pezzo per pezzo, come in fabbrica. Quante volte ci tocca sentire – diverso da ascoltare – brani senza capo ne’ coda, senza senso, senza mordente.
Le persone ingenue e scrupolose credono che tutto quanto viene prodotto e distribuito dall’industria discografica sia frutto della pi limpida e onesta ispirazione da parte di un musicista, il quale passa lo spartito al paroliere che lo riempie di frasi. Se il paroliere ha la penna e non lavora a cottimo, evitera’ di mettere parole false e convenzionali tanto per riempire il motivo, ma cerchera’ di dire qualche cosa in maniera sincera ed espressiva, concetti che conterranno qualche idea interessante invece di ripetere cose sentite mille volte. Ma da tempo questa pratica diventa sempre pi rara. Gia’ negli anni ’70 molti artisti usavano comporre la parte musicale come fossero operai specializzati in una vera catena di montaggi una squadra di canzonettisti, ognuno una parte da curare (chi il motore, chi la carrozzeria, chi gli interni). L’autore magari solo accennava il motivo e dava vaghe indicazioni su armonie e arrangiamenti. Alla fine firmava il pezzo. Forse non c’era pi la stessa genuinita’ dei tempi di Volare, ma la vena creativa in un certo qual modo era ancora in vita.

Finale 1
La vena creativa oggi e’ molto spesso un optional, un dettaglio. Fortunatamente questa non e’ ancora una regola. Il mercato discografico e’ giusto un’industria come tante: i tempi sono strettissimi e pertanto frenetici, le scadenze vanno rispettate, il disco deve uscire almeno una volta all’anno (quando non di pi) e in un disco ci sono in media dodici pezzi. E la creativita’? E il lento maturare dell’idea, lo spunto che nasce da un travaglio? Non c’e’ tempo. “Se non avete niente da scrivere, e’ meglio non scriviate niente”. In realta’ anche se non viene niente da scrivere basta riempire un nastro magnetico, o meglio, assemblarlo con roba precotta. Guai a voi, anime romantiche!

Finale 2
Cio’ che importa e’ farsi conoscere; per estendere il concett essere visti. Per esempio i politici hanno capito che l’immagine e’ tutto; non la parola, la capacita’ di persuadere, la logica. Sono dunque i pi assidui frequentatori di pessimi talk show televisivi. La comunicazione della tv e’ sempre pi immorale. Il messaggio che passa e’ che, pur senza talento, si puo’ diventare ricchi e famosi perche’ lo scopo e’: “diventare ricchi e famosi”. La grande ondata di banalita’, di volgarita’ e stupidita’ che sta sommergendo il nostro paese e’ un dato di fatto contro il quale spero non sia impossibile lottare.

Aiuta l’espressione delle emozioni, di quei sentimenti bloccati nel profondo, portando a una nuova consapevolezza di se’.
L’esperienza professionale di una musicoterapista

C’e’ qualcosa che accomuna i popoli di tutto il mond la musica. Nelle cosmogonie delle diverse culture l’universo ha origine da una vibrazione, un suono, una parola, cui si attribuisce un potere magico, onnipotente e suggestivo. E’ piena di esempi la storia dell’uom anche vicino a noi lo si puo’ riscontrare (“in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio” dal Vangelo di San Giovanni).

Il potere di guarire
Alla musica era anche attribuito un potere curativo. Il primo esempio scritto su questo argomento e’ quello di David che calma l’ira del Re Saul con la sua cetra (Bibbia II Samuele, I, 16 – 23). I Greci davano tale importanza alla musica nella prevenzione di malattie fisiche e mentali, da pensare che il suo uso dovesse essere controllato dallo Stato. Aristotele parlava del valore medico delle varie scale musicali e attribuiva loro un effetto benefico a livello catartico; Platone consigliava la musica e la danza per calmare i tormenti dell’anima. Lo sciamano, figura presente in molti popoli primitivi, era uno stregone capace di capire quali fossero i suoni adatti a ogni persona, per guarirla dai propri mali. Venendo ai nostri tempi, il primo esempio di utilizzo della musica a scopi terapeutici si ha negli Stati Uniti. Alla fine della prima guerra mondiale, negli ospedali militari venivano chiamati musicisti professionisti come “aiuto musicale” per alleviare le sofferenze dei degenti.
Negli anni i risultati positivi di alcune esperienze attirarono l’attenzione dei medici e si comprese sempre piu’ la necessita’ che i musicisti dovessero avere una formazione specifica per intraprendere la professione di terapista. A partire dagli anni ’50, negli Stati Uniti e successivamente in altri paesi americani ed europei, si formarono associazioni di musicoterapia, e questa disciplina assunse sempre maggiore importanza tanto da diventare oggetto di studi e corsi universitari.

Ma cos’e’ la musicoterapia?
Oggi, anche perche’ troppo spesso a tutto si da il suffisso “terapia”, sono in molti a credere che per musicoterapia s’intenda semplicemente l’ascolto di determinate musiche per “stare meglio”. Non e’ da mettere in discussione il fatto che la musica, di per se’, possa dare beneficio, ma guardandomi attorno ho l’impressione che tutto questo stia diventando un business: siamo invasi da CD di musiche che garantiscono effetti miracolosi per i mali che affliggono l’uomo moderno (stress, ansia, insonnia, …) e si danno anche raccomandazioni su quali brani di autori classici ascoltare o no, a seconda del problema da risolvere.
Chi non ha avuto esperienza di benessere ascoltando una musica amata? Ma solo per questo si puo’ parlare di terapia? La musicoterapia e’ una terapia relazionale, dove il suono e’ il mezzo che viene usato per aiutare la persona a esplorare, conoscere e ritrovare il proprio mondo interno, per modificare o eliminare comportamenti alterati, per sviluppare la crescita di una personalita’ positiva, per mantenere e migliorare la salute fisica, mentale e il comportamento. La musicoterapia puo’ essere applicata come prevenzione e nei vari tipi di handicap (fisici, sensoriali, motori, psichici), viene fatta in gruppo o individuale, puo’ essere “recettiva” o “attiva”.

Recettiva o attiva
La musicoterapia recettiva e’ svolta generalmente in gruppo. Consiste nell’ascolto di musiche scelte dal terapista per suscitare stati d’animo negli ascoltatori tali da creare dinamiche che favoriscano la relazione all’interno del gruppo. I componenti vengono portati a riflettere e verbalizzare le diverse modalita’ di ascolto e le risonanze emotive vissute. Nella musicoterapia attiva vengono impiegati strumenti musicali; la persona non deve saper suonare come generalmente si intende, ma semplicemente esprimersi col suon per esempio con un colpo di tamburo, scuotendo una maraca o emettendo un fischio col flauto. Lo strumento permette una comunicazione filtrata, quando un contatto diretto verbale o corporeo risulta invasivo e perturbante, come puo’ succedere con i pazienti psichiatrici. E’ un “oggetto intermediario”, come esposto dal famoso musicoterapeuta argentino Rolando Benenzon.
Potersi esprimere con questo mezzo, inoltre, da’ la possibilita’ di fare esperienze positive, piacevoli e gratificanti che inducano a sensazioni di rinascita e benessere; costituisce una forza motivante per l’apprendimento, per portare a cambiamenti e trasformazioni. Giocando con i suoni, per esempio, si possono fare esercizi per la coordinazione, l’attenzione e la concentrazione, la percezione spazio-temporale e l’astrazione. Il suonare da’ la possibilita’ di esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni. Compito del musicoterapista e’ di trovare il significato dei suoni e dei gesti del paziente, saperli organizzare e restituirli arricchiti di senso e valenza comunicativa. Attraverso il modo di suonare si puo’ capire dove operare, quale gioco proporre, che percorso seguire.

Non e’ una magia
Nelle sedute e’ sempre presente la musica riprodotta, sia solo come ascolto sia come supporto alla pratica. Nella mia esperienza posso dire di non usare musiche prestabilite, e dai “poteri magici”; quando conosco la persona che ho davanti attraverso il suo modo di suonare, muoversi, parlare, stare fermo, o altro, posso capire quale sara’ la musica piu’ adatta. In questo senso ritengo che non ci siano brani migliori o peggiori; in terapia hanno la stessa importanza una sinfonia di Beethoven, una corale di Bach, una canzone di Vasco Rossi, o una filastrocca.
E’ importante partire sempre dal vissuto musicale del soggett sara’ piu’ facile cosi’ stabilire una relazione che e’ comunque mediata dal suono. Lavorando con bambini e ragazzi e’ naturalmente piu’ facile che questo avvenga attraverso una canzone di musica “leggera”. Con bambini molto piccoli utilizzo di preferenza le filastrocche perche’ sono semplici, piacevoli e allegre. Hanno ritornelli che, per la loro ciclicita’, stimolano la ripetizione e la memorizzazione di semplici parole; e’ un’attivita’ molto utile nei casi di ritardo del linguaggio. Suonare su una canzone che piace e’ gratificante e facilita la possibilita’ di lavorare su un determinato compito. Fare un esercizio di coordinazione (per esempio una sequenza precisa su vari strumenti da ripetere piu’ volte) risultera’ meno pesante se, nel mentre, si puo’ cantare la canzone preferita. Su persone con difficolta’ espressive, questa attivita’ puo’ essere una modalita’ stimolante tanto da indurle a sciogliere le loro resistenze e aprirsi con fiducia. Per ultimo non e’ da sottovalutare l’importanza che puo’ avere il testo di una canzone.

Il caso di M.
Porto l’esempio di M., una ragazza di vent’anni, insufficiente mentale con problemi psico-relazionali. Nelle prime sedute appariva poco espressiva, si rifugiava dietro a mille parole che in realta’ non dicevano niente. Di lei sapevo che amava molto la musica e che conosceva molte canzoni. In una seduta, M. mi chiese di ascoltare un disco di Sting. Arrivate alla canzone “Englishman in New York” (lei conosceva il testo) cambio’ espressione, pareva emozionata, ma anche turbata: sapeva che saremmo presto arrivate a una frase molto significativa: “be yourself, no matter what they say”. Non fu possibile ascoltare altr M. mi parlo’ di come fossero vere quelle parole, di come le trovasse giuste ma anche molto difficili da applicare. Questo mi ha permesso di conoscere tanto del mondo interiore di M., la sua sensibilita’ e sofferenza verso un mondo che non la capiva e non accettava la sua “differenza”. Mi chiedo, allora, sono solo canzonette?

Chi canta non balbetta. Semplice, scontato, eppure Matteo era troppo piccolo per saperlo e i genitori troppo poco avveduti per insegnarglielo. Finche’…

La balbuzie. Era questo il problema di Matteo. Dal giorno della sua prima frase compiuta, quando anziche’ Voglio l’acqua gli era uscito uno stentato V-vo-oglio l-l-ll’ac-qu-qua. Per mamma Ines e papa’ Ernesto la sorpresa era stata atroce, ma il peggio era arrivato qualche tempo dopo, quando un amico psicologo che non amava i mezzi termini aveva detto a entrambi che era stata colpa loro. Tutto risaliva alla loro lite piu’ violenta. Una sera di qualche tempo prima erano anche venuti alle mani: Ernesto aveva sferrato alla moglie un potente schiaffo in pieno viso, e lei aveva perso l’equilibrio crollando a terra. La faccenda sarebbe finita li’, confinata nel dimenticatoio insieme a tutti gli altri scontri, ma quella volta Matteo aveva visto e sentito. Aveva pronunciato la sua prima parola una settimana piu’ tardi: un traballante ma-mam-ma che non aveva suscitato allarmismi; quegli stenti nel linguaggio sembravano anzi normali, considerata l’eta’. Ma dopo molte altre sillabe inanellate a vuoto la verita’ era emersa inappellabile.
E definitiva.
Lo psicologo aveva parlato chiar un gesto violento, sia pur privo di conseguenze gravi, puo’ scatenare traumi irreversibili in un bambino. Come dire, potevate pensarci prima, adesso e’ tardi. Ma il dramma era esploso all’inizio della scuola. La data fatidica era stata il 5 ottobre 1970, un lunedi’. A meta’ mattina una telefonata aveva invitato Ines a tornare con urgenza in istituto. I compagni avevano riso. Riso a crepapelle. La situazione era degenerata al momento dell’appell il pre-presen-nte di Matteo aveva suscitato l’allegra ilarita’ di tutti. La rabbia del povero bambino si era liberata in un pianto straziante che sembrava non volersi fermare, al punto da suggerire alla maestra la convocazione della madre. Nei mesi successivi si ammalo’ di morbill ma in quelle condizioni non dispiacque a nessuno. Nemmeno a lui.

Di nuovo a scuola
Il giorno del rientro a scuola Matteo sembrava piu’ contento del solito. Fece colazione con appetito, si preparo’ in fretta e si aggiusto’ la cartella sulle spalle prima ancora che la mamma finisse di prepararsi. Giunto in istituto, si avvicino’ ai compagni con spavalderia. Molti lo ignorarono, alcuni gli si avvicinarono per chiedergli come stava, ma lui non rispondeva. Sguardo a terra, espressione tesa, pareva non aspettare altro che la campanella suonasse. Poi arrivo’ la maestra e tutti entrarono in aula.
“Buongiorno, bambini!”.
(Coro) “Buongiorno, signora maestra!”.
“Come avete visto, Pontani e’ di nuovo con noi. Diciamogli ciao Matteo”.
(Coro, ma meno convinto) “Ciao Matteo!”. Il bimbo sorrise a stento. Era sempre piu’ agitato.
“Allora Pontani, come ti senti?”. Era il momento. Come da regola, Matteo si alzo’ per rispondere. Dal fondo dell’aula giunsero i primi brusii dei suoi “fan”: bambocci crudeli, che non avevano mai smesso di deriderlo e che nelle ultime settimane avevano atteso impazienti che la comica riprendesse. Ma quel mattino non ci sarebbe stata nessuna comica.
“Io ora sto proprio tanto beneee…”. Matteo… cantava! L’aveva capito il giorno prima: chi canta non balbetta. Semplice, scontato, eppure lui era troppo piccolo per saperlo e i genitori troppo poco avveduti per insegnarglielo. Cosi’ gli era toccato di scoprirlo da solo, per caso, canticchiando le note di Che sara’, l’ultimo hit di Jose’ Feliciano regalatogli dalla mamma alla fine della malattia.
“Perche’ sono guarito dal morbillooo…”. Su quella stessa musica si era preparato il discorsetto di bentornato e ora, al riparo dall’odiata balbuzie, lo cantava dinnanzi a tutti.
“Ho sofferto tanto ma adesso sono qui…”. A memoria. A memoria se l’era studiata. E doveva averci lavorato parecchio, perche’ metrica e battute ricalcavano a pennello il testo originale. Roba da enfant prodige. “Tante grazie per la lettera…”. I bambini ridevano, ma a Matteo non importava, anzi. Quella reazione lo inorgogliva. Era la sua rivincita, il suo attimo da protagonista. L’ultima parola in questo caso spettava a lui: avrebbe deciso lui come e quando farli smettere, bastava che interrompesse la filastrocca e il silenzio sarebbe tornato subito sovrano. Tanto piu’ che l’insegnante era rimasta come tramortita e vagava con lo sguardo fra lui e gli altri senza sapere che cosa fare. Perche’ gli voleva bene, era chiaro a tutti. E se gli voleva bene doveva lasciarlo continuare, che diamine.

Cantava e studiava
Da quel giorno Matteo non fece altro che cantare. Canto’ sempre, da solo o in compagnia, con la maestra o con gli altri. Componeva i testi da se’ confermando le sue straordinarie doti per la metrica. Adotto’ all’inizio la melodia di Che sara’ per tutti i casi, poi allargo’ il repertorio ad altri pezzi famosi: La banda, Il ragazzo della via Gluck, I Watussi. A casa studiava poco, il minimo indispensabile: trascorreva le giornate a godersi l’archivio discografico di suo padre, spaziando per tutti i generi, dal jazz all’hard rock. E i genitori glielo consentivano di buon grado, dato che i suoi voti continuavano a essere piu’ alti del Pirellone. In breve tempo Matteo divenne l’eroe della classe. I bambini se lo contendevano a suon di dispetti: averlo come compagno di giochi era un obiettivo primario durante e dopo la scuola. Non c’era piu’ festa alla quale non lo invitasser persino i loro papa’ e le loro mamme si mettevano in lista per sentirselo cantare in casa. La notizia del suo talento si sparse presto in tutto l’istitut a furor di popolo la direttrice gli organizzo’ un concertino nel refettorio, accompagnandolo personalmente al piano. All’evento assistettero scolari e genitori di ogni classe, compresi quelli dell’ultimo anno, che pur di ascoltarlo sospesero per un pomeriggio la preparazione agli esami di licenza. Matteo, unico nella scuola, fu promosso con tutti dieci. Il provveditore fu sommerso di lettere di menzione e gli conferi’ una medaglia al merito con tanto di articolo sul giornale. D’intesa con i genitori gli propose un tour estivo per i bambini in colonia: avrebbe cantato dalla mattina alla sera, potendosi pure divertire in spiaggia e venendo pagato dal ministero. Il piccolo Pontani divento’ cosi’ un div i quotidiani locali si sprecavano in elogi su di lui, sulla sua voce, sul portentoso vibrato delle sue corde vocali; ne ripercorrevano la storia citandolo a esempio per tutti i balbuzienti e incoraggiandolo a insistere sulla via della musica. Lui, che ovviamente di smettere non aveva alcuna voglia, passo’ luglio e agosto a farsi conoscere in giro, e a settembre suo padre aveva gia’ un discreto ventaglio di proposte da parte di case discografiche minori. Le rifiuto’ in blocco, dalla prima all’ultima: non avrebbe mai trasformato il figlio in un fenomeno da baraccone. Oltretutto le cose in famiglia si erano messe davvero bene: i sensi di colpa suoi e della moglie, che del ricordo di quella lite continuavano a essere succubi, avevano lasciato spazio a un grande orgoglio. L’orgoglio di avergli dato quel carattere, quella testardaggine, quell’implacabile volonta’ di superare i travagli della vita. Matteo era tornato a essere un bambino sereno, e loro non avrebbero mai permesso che fama e denaro gli incrinassero la sudatissima felicita’. Era pero’ da poco iniziato il secondo anno di scuola quando una telefonata sovverti’ tutti i piani: Matteo veniva ufficialmente invitato allo Zecchino d’Oro.

Lo Zecchino d’Oro
Un trionfo. Alla fine della sua esibizione Matteo fu applaudito per tre minuti di fila dal pubblico in piedi: aveva cantato con sensibilita’ straordinaria, trasformando il suo infantile motivetto in una serie di virtuosismi da gran teatro. L’esito della gara fu dato a tarda sera. Matteo Pontani vinceva all’unanimita’, caso unico nella storia dell’Antoniano; concesse due bis, sforando di parecchi minuti dai tempi televisivi ma raccogliendo ancora applausi a grandinate. Lo applaudivano tutti: i cameramen, le mascherine, persino i genitori degli altri concorrenti. Lui, pur confuso, gestiva la scena con l’autorita’ di un leader. I suoi genitori erano rimasti tutto il tempo ai margini delle quinte, entrando in diretta solo per abbracciarlo al momento della proclamazione. Ora lo presero per mano e lo condussero in sala stampa: venti giornalisti lo attendevano in una saletta accanto, era meglio non indugiare.

Coup de theatre
“Pronti!”. Un faro si accese abbagliante. Matteo si copri’ gli occhi con le mani fino a che la luce non fu leggermente abbassata.
“Silenzio, prego!”.
Il bimbo si emoziono’. Quella non era un’intervista come le altre: l’indomani il suo faccione avrebbe riempito gli schermi di tutte le tivu’, comprese quelle dei suoi compagni. Per pochi minuti al posto dei cartoni animati o di Carosello o di Stanlio e Ollio ci sarebbe stato lui. Gesu’, che paura… L’uomo in blu si volse alla camera e inizio’ a parlarle come se fosse stata una persona.
“Bene, lo Zecchino d’Oro si e’ appena concluso, eccoci qui in sala stampa con l’applauditissimo e bravissimo vincitore, il piccolo Matteo Pontani. Lo vedete, e’ ancora frastornato, ma ha accettato di rispondere alle nostre domande. Allora, Matteo, sei contento?”. Gli sguardi dei genitori sembravano incitarlo a rispondere in fretta. Forza, poche battute e poi a casa, finalmente a letto.
“Si'”.
Sospiro di sollievo generale. Anche il giornalista sembro’ rincuorato. “Che cosa hai pensato quando ti hanno detto che avevi vinto?”.
“Eh…”, stento’ Matteo, “…ho pensato che ero stato bravo perche’ avevo cantato bene”. (…COOSA?)
“Giusto. E quando uscira’ il disco?”.
“A… a novembre…”. (Ma io…io non…non BALBETTO PIU’!!!)
L’espressione di meraviglia del bambino si diffuse a macchia d’olio fra molti presenti. Il papa’ e la mamma, la direttrice… tutti esterrefatti. Increduli.
“Ecco…”, riprese il giornalista, “…sono un po’ sorpreso, perche’ sento che parli benissimo, come tutti gli altri. Allora non era vero che balbettavi”.
“Si'”, ansimo’ Matteo, “…era…era VEROOO! MAMMA! PAPA’!!!”.
Il bimbo abbandono’ il trespolo lanciandosi fra le braccia dei genitori. Intorno a lui la gente applaudiva come al momento della vittoria, forse piu’ freneticamente ancora. I flash imperversarono accecanti per interi minuti, e nel caos generale ogni intervista fu sospesa. Il papa’ lo prese in braccio e se lo porto’ via con se’: non vedeva l’ora di tornare a casa con lui e la moglie, e di chiudere le porte in faccia al mondo chiassoso e ficcanaso. Realizzo’ in fretta il suo scopo. Si ritrovarono presto tutti e tre nel centro della piazza, soli e felici. Respirarono profondamente e poi si misero a correre fra le luci della citta’.

La musica e’ un mezzo fondamentale di comunicazione fra generazioni diverse. Con una mente aperta e senza pregiudizi, imparando a confrontarsi

Ognuno di noi ha potuto constatare come poche note musicali sono in grado di migliorare il nostro umore in una giornata difficile, magari facendoci ritrovare all’improvviso episodi vissuti ma dimenticati, che ci restituiscono – intatti e intangibili – frammenti della nostra vita, sotto forma di smaglianti ricordi. L’amore per la stessa musica unisce le persone e crea legami durevoli e intensi: questo e’ un patrimonio comune a tutti gli individui e riguarda, naturalmente, tutti i generi musicali. Per comprendere lo straordinario potere evocativo e comunicativo della musica non occorrono quindi particolari doti introspettive ne’ culturali: forse per questo qualcuno continua ad affermare che la “buona musica” e’ una cosa, e tutto il resto… “sono solo canzonette”.

In che senso “buona musica”?
Ho un grosso debito di riconoscenza personale nei confronti della musica leggera perche’ ha aiutato la crescita di un potente legame di comunicazione esclusiva tra generazioni diverse: prima tra mia madre e me, e poi tra me e mio figlio. Nelle due famiglie di musicisti-musicologi-musicomani di tipo classico-operistico delle quali ho finora fatto parte, un preciso obbligo intellettuale ed elitario favoriva la tendenza alla “buona musica”: essa veniva promossa e coltivata, relegando tutta l’altra musica al ruolo di eccentricita’ alternativa molto riprovevole.
Ed ecco che i brani tratti dai celebri musical degli anni ’60 e ’70 (amatissimi da mia madre e me e quindi fondamentali per la nostra speciale comunicazione) venivano considerati una sottospecie musicale incolta dalla mia famiglia di origine, cosi’ come la produzione musicale selezionata e trasmessa da Radio Dee Jay negli anni ’80 e ’90 (forte base della relazione tra me e mio figlio) erano giudicati rumore ossessivo della famiglia acquisita. Per me e mia madre “West side story” e’ stata un evento epocale, mentre, per eta’, mio figlio e’ della classe (di ferro) “Heidi, il tuo nido e’ sui monti…” L’ascolto rituale di questa canzone ha costruito solidamente il nostro canale comunicazionale esclusivo, consolidatosi definitamente quando l’obbligo familiare alla “buona musica” (che ha imposto anni di lezioni di pianoforte e stagioni di concerti), e’ entrato in competizione con la spinta adolescenziale alla musica dei coetanei, alla radio, e a ben altri tipi di concerti.

Per rafforzare le relazioni
Grazie al dee-jay Albertino, a me e’ stata offerta la possibilita’ di comprendere e apprezzare la musica della generazione dopo la mia, mantenendo vivo nel tempo quel legame e quella sintonia immediata che rimane tra genitori e figli anche quando si e’ entrambi adulti. Generazione dopo generazione, quindi, l’ascolto e la condivisione dell’amore per “le canzonette”, e’ diventato una vera e propria complicita’ musicale tra madre e figlio, basata sulla comunanza di note, simboli, linguaggi, emozioni, sentimenti del tutto ignoti agli altri familiari: con radici profonde, purtroppo, nella incomprensione altrui, manifestata nei decenni dalle stesse reazioni di fastidio (“questo e’ rumore, non musica!”) e critica (“ma siete sordi?”).
Secondo la mia esperienza, quindi, il mondo immateriale e immortale della musica puo’ emozionarci nel presente e anche evocare il passato, ma perche’ ci aiuti a costruire relazioni per il futuro, e’ necessario che i “piu’ vecchi” prestino una doverosa sincera attenzione a uno degli elementi maggiormente importanti della vita dei “piu’ giovani”. Forse sono solo canzonette, ma “… il resto e’ silenzio”.

Cantanti che diventano profeti, miti americani e leggende del rock.
Ciascuno faccia il proprio mestiere

Vi era un tempo in cui soloni dell’analisi, geniocrati dell’approfondimento, imperatori della ricerca quagliavano anni di duro apprendimento scolastico, lustri di bottegantato presso esimi luminari dando alle stampe trattati, piccoli pamphlet e dotti saggi illuminanti il mondo sui comportamenti e sulle scelte, sulle morali di branco e sui pensieri delle masse. All’epoca la musica veniva considerata gradevole sottofondo o, al piu’, arte finalizzata a creare emozioni e suggestioni. Ma, si sa, quando i limiti sono sottili spesso basta una minima vibrazione per mandarli in frantumi e oggi ci ritroviamo con generazioni di rovinati che pendono dalle labbra di messianici musicisti che lanciano messaggi a tempo di rap o cifrano metafore a tempo di rock.

Morrison, Lennon e Presley
E cio’ passi, del resto ognuno e’ liberissimo di castrarsi per fare dispetto alla propria moglie, ma la cosa che diventa indigesta e’ la pletora di analisti e sociologi che si e’ gettata a capofitto nell’analisi della societa’ non in quanto tale, bensi’ come corollario alla canzone. Grazie a cotanto interesse hanno squarciato le tenebre i lampi delle giovani ma significative esistenze di fanciullini tormentati trasformati in guru quali Jim Morrison, John Lennon o Elvis Presley, figure peraltro degnissime del panorama musicale, ma che hanno avuto il torto di abbandonarci un po’ troppo presto, lasciando il campo a vaticinanti interpreti del loro pensiero.
Non male, era accaduto anche con Kant, Hegel e compagnia cantante (sic), ma col minore effetto presso i teen agers, tanto che, dopo aver visto lo scarso appeal suscitato dai gesti inconsulti di Tenco e Paoli, dallo schianto di Buscaglione, ci si chiede: ma se Al Bano (uno da cui pure Michael Jackson ha tratto ispirazione) si fosse schiacciato a vent’anni contro un platano sotto l’effetto di carciofini allucinogeni sott’olio, avremo anche noi un mito di riferimento per il villaggio globale come i suddetti?

Trasgressione all’italiana
O in quanto nazione marginale e colonizzata musicalmente dovremmo continuare a pendere dalle labbra di un Bob Marley o di un incazzoso leader rap dei bassifondi di Los Angeles e a trascurare indegnamente un Rino Gaetano? A quando la Fofiana riabilitazione di Piero Ciampi? Ai posteri l’ardua sentenza, per il momento ci si potrebbe accontentare di dare un bel calcio nel sedere ai profeti del pentagramma aspirando legittimamente a un simpatico ritorno alle proprie competenze, per cui si possa rinfrescare le orecchie chiedendo a un sociologo di trattare dell’evoluzione delle masse e a un cantante: “cosa fai?” e lui: “canto”. Bello, limpido, netto.

Viaggiando, viaggiando, ballando, ballando, pensando, sognando, comunicando.
Cosi’ i ragazzi del ’59 cantano la loro esistenza

Ho sempre pensato che nelle case dove non c’e’ musica ci sia qualcosa che non va. E ho sempre diffidato di quelli che non amano le canzoni. Le canzoni sono il filo conduttore dell’esistenza. “Una zebra a pois” di Mina ha determinato i miei primi movimenti nella culla, mentre mia madre canticchiava i motivi degli anni ’50. Partendo dal “vecchio scarpone” e dalle “foglie morte” ho superato le barriere di Carosello e mi sono proiettata negli anni ’70, con i primi amori e le serate disco.
Debbo molto a Barry White. Sui suoi sospiri soul si sono fondati i miei primi entusiasmi sentimentali. Non che disdegnassi i Pooh o i Cugini di Campagna, ma Barry era coinvolgente, e un lento con lui indimenticabile. Era la colonna sonora personale di molti di noi. Ci sentivamo protagonisti, sulle sue note, di un film dove ciascuno aveva un ruolo importante. E allora l’affollatissima, italica spiaggia delle nostre vacanze si trasformava in quella di Santa Monica, e ogni ragazza si sentiva quella che Barry chiamava “baby”.

La febbre del sabato sera
Poi c’e’ stato il “long train running”, e tanta tanta America. I nostri treni correvano su binari internazionali, d’estate il sogno era quello di vedere i bagnini dell’oceano, quelli col cappellino con scritto life-guard, mica il solito Tonino dell’omonimo bagno di Ischia, con cappello di paglia e canottiera. Dalle vacanze si tornava storditi di meraviglie. Ma c’erano pur sempre i nostri pensieri e parole, le biciclette abbandonate, un fiore in bocca e d’improvviso quel silenzio tra noi. Oh mare nero! Mi rendo conto di essere stata portata negli anni su un tapis roulant di strofe, note e ritornelli, che in qualche modo hanno avuto un peso sul mio sviluppo psico-fisic “Sara’ grave, dottore?”. Come tutti mi ritrovo sul lettino dello psicanalista, piu’ per capire cosa provava Woody Allen che per reale convinzione. Anche lo psicanalista si avvale della musica. Credo che metta su Mozart. Anche all’epoca di Mozart la gente avra’ borbottato sul fatto che erano solo canzonette.

Vieux Paris
Parigi, diversi anni fa. Da Montmartre all’Ile de Saint Louis, mete preferite delle mie passeggiate, le canzoni erano a base di accordeon e di erre molto arrotolate. A ogni angolo avevo l’impressione che Yves Montand o Mireille Mathieu sarebbero sgusciati via da un portone romantico, in legno verde scuro, e che l’omino del bistrot di sotto li avrebbe salutati come se niente fosse. Entravo anch’io in quei bar del vieux Paris. Mi piaceva piu’ di tutti un caffe’ con piano-bar, dove all’ora dell’aperitivo cantavano “Ah, que sera, que sera”, nella quale si rispecchiavano le mie aspettative di ventenne. Immersa in una nuvola di Gauloises senza filtro, mi aspettavo che da un momento all’altro entrasse li’ Jean Louis Trintignant. Avremmo cominciato a parlare dei suoi film e lui mi avrebbe invitata poi da Chez Maxim’s (io avvolta in una stola di visone color champagne), mentre il piano-bar avrebbe proposto in onore di Jean Louis le note di “Un uomo, una donna”.
Mentre, invece, addentavo con mestizia un altro croque-monsieur, pensavo a quante emozioni potessero dare quelle canzoni dalle erre arrotolate, molte di piu’ rispetto alle inesistenti erre di Barry e di certi cantanti d’oltreoceano.

Evergreen
Altre epoche, altre musiche, altre emozioni: maturavo, e prendevo le distanze dal country di Carol King e James Taylor, i cui dischi emanavano odore di sano West. Mi avvicinavo agli evergreen della musica internazionale. A Montecarlo, dove mi sono trovata spesso per lavoro negli anni successivi, si suonava Bacharach e si cantava Sinatra, mentre si apriva il sipario del “Folies Russes”, a base di ballerine in topless per congressisti di ogni ceto. Tra i congressi che ho organizzato non dimentichero’ mai quelli con le serate di gala all’Hotel de Paris e soprattutto alla Salle des Etoiles dello Sporting. Canzoni e stelle in tutti i sensi. Una volta mi trovai a un paio di metri da Grace Kelly, che stava ringraziando il direttore di sala prima di andare via. Wow! Un brivido mi percorse le vene, mentre la grande orchestra suonava sotto il cielo d’agosto “New York, New York”. Su quelle note uscii dalla sala, quasi a passo di danza, col mio abito lungo e la sensazione di essere una star. Nel vicino night club, intanto, si proponeva “I’ll never fall in love again”. Pensai che fosse la cosa giusta, dati i miei insuccessi sentimentali. Sara’ una coincidenza, ma ogni volta che la vita ti mette di fronte a una certa situazione, spunta una canzone che sembra fatta apposta per quel momento.

E il blues mediterraneo
A queste cose ripensavo al mio rientro, ferma a un semaforo nello smog di Milano, ascoltando il mio conterraneo Pino Daniele. Pero’, il blues mediterraneo… Non e’ anche quello emozione? E poi basta con questa esterofilia! Ma ti rendi conto di cosa vuol dire ascoltare “Domenica ti portero’ sul lago” mentre sei in autostrada per raggiungere quel ramo del lago di Como? Certo, per ogni musica, quale ne sia la provenienza, l’importante e’ non trovarsi mai nella compagnia sbagliata. Eppure e’ capitato a molti di sbagliare, anche involontariamente, gli abbinamenti.
La musica e’ parte di noi, e noi apparteniamo alla musica. E questo rapporto fa si’ che – chi piu’, chi meno – ci si senta sempre attori, e non spettatori della vita. Ora che vivo a Napoli, dove la musicalita’ e’ parte del DNA degli abitanti quasi quanto a Rio de Janeiro, ne sono sempre piu’ convinta. Di sera lavoro spesso con un sottofondo radiofonico, come molti. Ma io lo considero un soprafondo se il genere della musica e’ house o techno, il risultato di cio’ che sto facendo a un che di paranoico; se e’ invece melodica e ritmata, il risultato e’ piuttosto soddisfacente. Ma non metto in dubbio che le nuove generazioni esprimono il meglio di se’ con gli U2 o le Spice Girls. L’ispirazione da canzoni non ha forme ne’ limiti, c’e’ posto per tutti. Ma una cosa e’ certa: senza musica e canzonette, come saremmo? Forse come personaggi di un film muto, tutti gesti e scritte tra le scenette. Un po’ poco, per dire di aver vissuto comunicando.

Tutti in attesa del terzo millennio, tutti alla ricerca del nuovo.
E nell’attesa ci accontentiamo del vecchio

Chi guarda la televisione mi racconta che sono in crescita esponenziale le trasmissioni che prendono a prestito gli anni Settanta per riproporre un nostalgico retro’ misto di malinconie, curiosita’ e furbizie. Il re delle canzonette, riciclatosi grazie a un’intelligente strategia di marketing e immagine, si prodiga nei facili cover di successi intramontabili e cavalca l’attualissimo tormentone con caparbia insolenza. E il nuovo si fa, per l’ennesima volta, latitante. Certo, sono solo canzonette, m’illudo che da sole possano non essere la spia della nobile intuizione tutta dell’uomo di creare periodicamente inediti slanci creativi, di pensiero e artistici.

Filosofia del riciclo, business dell’acquario
Ma i miei quasi trent’anni sono pronti a far retrocedere le piu’ affrettate conclusioni in merit mi sono tranquillamente rivissuto gli allegri ripescaggi di almeno tre decenni e le canzonette sono sempre state la cartina di tornasole per un “nuovo” faticosissimo da battezzare. Saranno i posteri a giudicare i nostri anni, a loro l’arduo compito d’inventarsi il bello e il buono di questi convulsi giorni, mentre noi guardiamo al terzo millennio ed esorcizziamo paure medioevali aprendo i nostri sorrisi all’inflazionata “eta’ dell’acquario”.
Qui le canzonette si sono fatte rilassanti melodie meditative, aromatiche profumazioni olistiche da inalare con sottofondi di arpe celtiche e mistiche scale armoniche. Permettetemi margini di diffidenza verso questi ascolti emotivi inquinati da business editoriali e pirotecniche religiosita’ musicali. Nelle canzonette, se non altro, emozioni piu’ grossolane rispettavano il trascendente, raccontando un quotidiano fatto di reali quotidianita’. In questo presuntuoso slancio verso le nuove dimensioni dell’esistere, molti sembrano rincorrere faticosamente qualcosa che deve ancora venire. Paradossalmente, quest’aura di novita’ che si affaccia con tanta sicumera, sembra preparare il campo a qualcosa d’altro che i piu’ non riescono a identificare, etichettare, catalogare.

Sempreverde Sanremo
Mi conforta pensare che ci sara’ ancora un Festival di Sanremo, dove le canzonette si ripresenteranno forti del loro impagabile appealing mondano. Tanto per il nuovo millennio mancano ancora due anni, faremo in tempo ad arricchirci un po’ tutti, inventandoci nicchie di mercati spirituali, compact disc e kit bio-energetici da posizionare tra gli scaffali dei nostri funghi commerciali ai bordi delle autostrade. E chissa’ perche’ la mia giovane arroganza mi fa pensare a iniziazioni sciamaniche, ai ritmi ancestrali degli indiani d’America, alle esperienze oniriche piu’ autentiche, che timidamente hanno lasciato il passo alle impavide frenesie avveniristiche.
Oggi, i monaci aprono i loro eremi a pensioni complete con servizi in camera, i canti gregoriani riecheggiano dalla filodiffusione e il nuovo dei nostri anni recupera i percorsi introspettivi che il passato ha calpestato in nome di un piu’ tangibile pragmatismo. Ci restano i sensi di colpa. Per questo ci viene in soccorso l’eta’ dell’acquario, per confondere l’inedito con goffi dejavu’ animistici. E il nuovo si fa, per l’ennesima volta, latitante.

Ipotesi di ricollocazione storico-critica-semantica per il recupero della dimensione piu’ autentica di un tema sballato. Detto tra noi, ben s’intende.

A me piace partire da lontano, perche’ cosi’ ho l’impressione di capire meglio le cose. Gia’ che ci siamo, propongo dunque come inizio del discorso Adamo ed Eva. Anche se loro non cantavano. Ne’ canzonette ne’ altro. Non ci pensavano nemmeno, perche’ avevano gia’ il loro bel daffare a capirsi terra terra (a parte in quella cosa la’, per la quale bastava l’istinto e, di tanto in tanto, una buona mela). Pero’ e’ da loro che si decolla lo stesso, in quanto il problema puo’ essere tranquillamente quanto logicamente posto all’invers perche’ Adamo ed Eva non cantavano?
Ci arriveremo. Frattanto dobbiamo comunque raggiungere tempi quasi moderni, tipo duecentoventitremilasettecento o, secondo alcuni, addirittura solo centosettantatremilatrecentododici anni fa, per inciampare in un fatto davvero interessante: un astuto sciamano scopre fortunosamente la forza amalgamante e paraipnotica del coro.
Eh, gia’, perche’ un conto era far prosternare la tribu’ o far saltellare gli irsuti fedeli di fronte al dio-fiume, al dio-albero e, piu’ tardi, a un feticcio facente funzioni (magari sbattendo insieme due mandibole di brontosauro), ma ben altro e incomparabilmente maggiore risultava il coinvolgimento generale (quindi il suo potere, di lui sciamano) se tutti insieme ripetevano la stessa cosa. Che fosse il presunto nome della divinita’, un grugnito di supplica o un guaito di ringraziamento.

La voce della preistoria
Ragazzi, pensate che bomba sentire nella foresta quella gigantesca voce collettiva! (A quei tempi ancora non si parlava, si grugniva come gorilloni, certo, ma in modulazione di frequenza, e da questo nacque pian piano il linguaggio articolato. Che e’ un’altra bella storia.). Il vocabolario (si fa per dire) si arricchiva pero’ giorno per giorno ed emersero pure spontanee tonalita’, dovute al fatto che anche allora non si usava la stessa inflessione per dare del figlio di buona femmina al nemico, nel prenderlo a clavate o per convincere la cavernicola a venire con te dietro al cespuglio. (Cosa? Il maschio la cuccava con invereconda brutalita’? A grugniti infoiati e trascinandola per le lerce chiome? Ma quando mai! Sono leggende create da storici maschilisti e frustrati. La verita’ vera e’ che la femmina si e’ sempre conquistata facendole in qualche modo la corte. Non e’ mai esistita ne’ esiste specie animale che non lo faccia, e solo a noi ometti sarebbe riuscito, sebbene nella notte dei tempi? Ma dai!). Comunque, si arrivo’ cosi’ al su e giu’ della voce nel grugnito collettivo. Il che significa cantilena, quindi nenia, e infine vera e propria coralita’. Musica? Beh, non ancora, ma si era fatto il primo passo.
Il resto e’ facile da immaginare. Voglio dire che, frastornato dal ferino rimbombo della preghiera tribale, il ragazzotto peloso ha cominciato a ripetere tra se’ e se’ la serie dei suoni che gli si erano piantati nel cranio durante la cerimonia (uso rintronato da discoteca, esattamente), cosi’, mentre se ne andava zuzzerellando a caccia di pterodattili. E poi gli e’ venuto da ripeterli, a voce alta ma da solo, tanto per provare a ingraziarsi privatamente il dio che poteva evitargli un fulmine tra le orecchie. E lo stesso dicasi della ragazzotta non meno naturalmente impellicciata mentre accudiva al fuoco o si grattava via le preistoriche pulci. Certo? Non proprio, non ancora, pero’ ce n’era la radice.

Ed ecco il matto
La svolta epocale in effetti si e’ avuta poco dopo, quando sulla scena e’ apparso il matto. Grande invenzione, il matto, figura nodale del progresso umano. Piu’ della ruota, piu’ del fuoco, piu’ dello stesso rock-and-roll. Il matto c’e’ sempre stato, in qualsiasi gruppo anche umanoide, solo che in mezzo a tutte le stranezze di un mondo completamente ignoto, ma proprio del tutto (per esempio, pensate di uscire un bel mattino dalla vostra confortevole caverna e di imbattervi in una scimmia: che cos’e’? uno di un’altra tribu’? un parente un po’ strano? un nemico? cibo? ma che cacchio saltella a fare, appeso a un ramo? un bel rebus), nessuno gli faceva caso. Quando invece si e’ formata la tribu’ con il suo minimo di organizzazione e, insomma, piu’ o meno ci si comportava tutti allo stesso modo, beh, allora ha cominciato a dare nell’occhio.
Presa coscienza del fatto che era “diverso”, ecco pero’ il busill che farne, come trattarlo? A larga maggioranza fu deciso che bisognava lasciarlo in pace, anzi, che era addirittura una specie di terminale degli dei (pure loro spesso ben strani, a dirla schietta, non si capiva mai bene che cosa volevano, e per fortuna che c’era lo sciamano a spiegarne i misteriosi segni!), dunque da rispettare. Se non altro per prudenza.

Satira del potere
L’importanza del matto nel divenire dell’umanita’ deriva proprio da quella collocazione socio-tribale che, in sintesi, gli permetteva di fare tutto quello che gli saltava in testa. In assoluta liberta’, senza alcun rispetto per norme, usanze e gerarchie. Tanto, era matto. Libero, egli era, al punto di potersi prender gioco financo del sacro (eccolo, il rospo) e, cio’ che piu’ ci interessa, pure dei vip che lo amministravano, capi e sciamani. In altra sede potremmo allegramente seguirne le affascinanti tracce quale precursore del lazzo dissacrante, piu’ tardi ereditato dai mitici satiri e ancora dopo dai furbi giullari (oggi a loro volta consacrati sull’altare del Nobel, cosi’ imparano), ma qui restiamo alle sue piu’ umili stramberie. Come il fare la parodia delle cerimonie, inserirsi a sproposito nelle danze e nei cori, sghignazzare e imitare un tanto al braccio. Ebbene, al matto e’ da ricondurre la prima “variazione sul tema”, ovvero l’imitazione delle sacre nenie recitocantate con verbogrugniti di sua invenzione oppure sostituiti a bella posta per prendere in giro o anche semplicemente per esprimere qualcosa in modo originale. Vai a capirlo, era matto. Comunque lo faceva, e qualcuno lo ascoltava.
Dapprima furono verosimilmente i bambini ad ascoltarlo, sempre pronti come sono ed erano anche allora a farsi beffe di un adulto scartato dagli altri adulti, di uno fuori norma, per cosi’ dire. Ma poi la cosa si allargo’, non foss’altro che per il gusto (vigliacchetto anziche’ no, e rimasto curiosamente immutato fino ai giorni nostri) di sentir dire a voce alta quanto non si avrebbe mai il coraggio di esprimere in prima persona, vedi gli accostamenti di sapore blasfemo, la caricatura dei potenti, gli scherzi sui santi, le scandalose voci di cespuglio (come si diceva allora, in mancanza di corridoi, e ne succedevano, soprattutto di crude, sotto le forestali frasche o nei bui anfratti cavernicoli, tante da riempire un tabloid di graffiti al giorno, volendo!). Il tutto pero’ senza assumersi responsabilita’, benintes l’ha detto il matto, io, per carita’, figurati… sara’ anche ispirato, ma insomma… Da cosa nasce cosa, e nella fattispecie degli strambi lazzi mattoidi in forma di sacra litania nacque un’idea fulminante: la sostituzione dei grugnovocaboli. Semplice, geniale. Perche’ non ci ho pensato prima? La nenia (protomusica) la conoscono tutti, percio’ e’ “popolare” e “familiare” a ogni orecchio della tribu’; io al posto della lagna sciamanica ci metto grugniti miei (protoparole) corrispondenti al vieni-che-facciamo-bumbum (protodichiarazione) e voglio vedere quale femmina non resta sbachelita. Fantastico.

Debbo continuare?
Debbo continuare? Dobbiamo proprio parlare dei lirici greci, dei menestrelli provenzali in lingua d’oc, del barbiere di siviglia, dei lieder, di caruso e di guccini? Credo proprio di no. Sono cose che sappiamo tutti, e se non le sappiamo e’ facile far finta che si’. Diciamo solo che l’utilitarismo della prima protocanzonetta, gloriosa avola genitrice del filone “amore” (in tutti i tre miliardi di sensi che volete dare a questo verbum), fu piu’ tardi affiancato dal populismo dei raccontatori di storie, antesignani del filone “ballata” (di guerra, di pace, di umili eroi) e infine dall’idealismo di un terzo, aggressivo filone, quello della “protesta”. Frattanto si era anche arrivati a dare clavate a una pelle tesa su di un tronco cavo, i brontosauri erano spariti nel freezer degli sconquassi galattici, i grugniti ferini si erano evoluti in suoni piu’ commestibili detti parole e si era scoperto che per pizzicare una corda tirata tra due legni o soffiare in un pezzo di canna bucata si doveva andare in conservatorio. Il che, come si puo’ ben immaginare, e’ storia.
La Storia. Tutto questo per dire che se Adamo ed Eva non cantavano, ne’ canzonette ne’ altro, la ragione e’ che ancora non c’era stato uno sciamano furbo, seguito da un matto creativo e via via tutta la menata. Bella scoperta, mi si rispondera’. E poi, in ogni caso, che cosa c’entra questo con il tema?

Qualcuno doveva pur dirlo
Bravi, e’ proprio qui che volevo arrivare, all’equivoca filologia dell’assunto. Perche’ gia’, si fa presto a dire, magari con un sorrisetto sornione, “Sono solo canzonette…” e, sottolineando l’ironia dell’evidente understatement, lanciarsi in un’elegia del genere “che proprio in forza della apparente facilita’ di linguaggio, poetico e musicale, della sua conseguente accessibilita’ intraculturale, propedeutica alla conscia-inconscia autoidentificazione e dunque al consenso allargato, da un lato esprime e riesce a trasmettere con immediatezza unica l’autenticita’ ideologico-sentimentale dell’ego-autore, dall’altro stimola e spesso coagula nella massa stati d’animo latenti, socio-trasversali, filtrati attraverso i media dalle sorgenti elitarie del pensiero contemporaneo…”. Troppo facile, troppo poco. E invece diciamolo, a chiare lettere, cio’ che ci fu celato ma or non ha piu’ veli: in realta’ nella “canzonetta” c’e’ dentro tutto, ma proprio tutto l’homo sapiens, da Adamo ed Eva in poi. Canticula homo est, ab ovo. E’ da qui che si deve partire, e qualcuno doveva pur dirlo.

La mancanza di contenuti profondi nella musica, spesso il non-senso della combinazione tra armonia e parole, ci rivela il desiderio di fuggire, banalmente, dalla nostra realta’ interiore

Ipse volans tenuis se sustulit ales ad auras (Eneide, V. 861)
Questo verso ho impresso nella memoria, tanto a fondo che ho faticato a ritrovarlo nei versi del poema; una grande musica e dice tutto. “Egli alato si alzo’ volando nell’aria leggera”. Un verso dell’Eneide di Virgilio, in cui il Sonno come un uccello scende sulla poppa della nave e rassicurante e ingannatore addormenta Palinuro, il nocchiero, che cade in mare lasciando nella notte i compagni e la nave senza guida. In balia di un destino gia’ segnato che e’ al di sopra dei piu’ esperti navigatori e degli uomini tutti, un destino del quale, pero’, sono insieme passivi e attivissimi attori. Come sempre e’ nel pagano mondo della poesia antica. Indifferente e leggero, di fronte alla tenacia degli esuli Troiani intenti a cercare una nuova patria, indifferente alle grida di Palinuro che e’ precipitato in mare e inutilmente invoca i compagni.
Palinuro “Praecipitem”, a capofitto. Il sonno, “ipse volans”. Stessa posizione forte nel verso, all’inizio, e stessa musica all’esametro. “Prae’cipite’m…” / “Ipse vola’ns…”. Due destini incommensurabili. E non mi importa. Non mi importa molto della precisione filologica di questa analisi; non sono qui a fare lezione e non e’ una reminescenza universitaria che inseguo. E’ invece il senso del canto, il senso che per me ha quel verso che molto, per me, dice del senso profondo che percorre il poema.
Un canto e’ un canto. Fatto di musica che qui, finalmente, e’ musica di parole, quella musica potente della metrica, in cui il verso diventa:
i’pse vola’ns tenui’s se su’stulit a’les ad a’uras
e in cui gli accenti sono tutti sulle parole che indicano volo e leggerezza.

Make it better
Resto sempre affascinata dalla potenza musicale della parola, del suo evocare mondi, e ci rimango male quando scopro che il testo di una canzone, per esempio, non e’ all’altezza della musica. Cosa che succede spesso. Non sono mai stata una fan dei Beatles, ma mi piacevano; tanto non sapevo l’inglese. E meno male. Qualche settimana fa la rivista “Sette” del “Corriere della Sera” ha pubblicato alcuni stralci di un’autobiografia di Paul Mc Cartney che ripercorre la storia del Beatles, storia che poi e’ anche la sua. Raccontava come e’ nata una delle canzoni piu’ note del gruppo, “Hey Jude”, il cui testo e’ stato concepito in un viaggio in macchina del cantante che andava a trovare Julian Lennon e sua madre, Cynthia, ormai ex moglie di John. Amici per tanto tempo, Paul si rammarica del fatto che siano improvvisamente cosi’ lontani e racconta: Çspesso scrivevo canzoni quando andavo a Kenwood, perche’ di solito ci andavo per comporre canzoni con John. Questa volta cominciai con l’idea “Hey Jules”, che era Julian, “non avertene a male, prendi un canzone triste e falla piu’ allegra. Ehi cerca di affrontare questo orribile fatto”. Sapevo che non sarebbe stato facile per lui. Mi spiace sempre per i bambini quando c’e’ un divorzio… penso sempre al loro piccolo cervello che gira a vuoto e confus “sono stato io a fare questo? Sono stato io?” Il senso di colpa e’ una cosa terribile e che affligge un sacco di persone… E mi venne questa idea per una canzone, Hey Jude… La cambiai con Jude perche’ pensai che suonasse meglio…È. Va be’, lasciamo stare. In fondo, forse, e’ cosi’ che nascono le canzonette.

Incommensurabili
Non e’ possibile confrontare queste due realta’. Da una parte la poesia antica, ispirata, tecnica, sintesi di parola e musica in un’armonia che, prima di essere letteraria, e’ interiore e percio’ sacra. Dall’altra tante e tante musiche piacevoli, o addirittura belle e suggestive, che imbellettano testi di una scemenza abissale, poveri non solo e non tanto per i contenuti – l’amore profondo di due adolescenti, l’allegria di una giornata in moto, la tristezza di un abbandono, possono trovare parole sublimi – ma per un linguaggio impoverito e tristemente banale.
Rime scontate e immagini sbiadite, a furia di vederle sempre uguali, privano di forza le parole, tanto piu’ quando si tenta di tradurre la lingua internazionale della canzone – l’inglese – e la banalita’ rasenta il ridicolo. La canzone si aggrappa cosi’ a un guizzo musicale, per restare a galla e piacerci. E infatti ci piace, non c’e’ che dire: anche a me piacciono certe atmosfere di suoni veloci come scorrerie notturne, o un accordo aereo del syntetizer e poi certi ritmi e assonanze senza senso. Non credo si tratti solo di un orecchio ormai non piu’ allenato a riconoscere la bellezza, anche se semplice, o a cercarla con determinazione.
Le canzoni che ascoltiamo riflettono il nostro mondo – e per questo vi ci riconosciamo – che si muove su frequenze sue proprie, ma che sembra cercare piu’ il non-senso del senso. Il brano di successo il piu’ delle volte sembra inseguire un desiderio quasi struggente di “perdersi”, di rilassarsi o di gettarsi verso il niente, dimenticando se stessi. Con l’alibi di abbandonarsi al fascino della musica, arma ancora potente e magica, cerchiamo di liberarci da un carico che sembra enorme: il peso del vuoto, del non-senso. Fuggendo una concentrazione di significati troppo densa per la psiche si fugge, in realta’, una rarefazione assordante che si tenta di esorcizzare con un suono altrettanto assordante. Ma apparentemente divertente.