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Che cosa salverà il lavoro nel futuro? Le relazioni interpersonali

Il filosofo Luciano Floridi l’ha chiamata”infosfera”: è un nuovo spazio delle informazioni e delle tecnologie digitali, che sta cambiando i modi di produrre e consumare alla velocità della luce.

Assisteremo alla fine del lavoro? Le macchine sono già in grado di svolgere molte operazioni di routine. Presto arriveranno le auto senza conducente, i droni che trasportano merci.

Nel 2016 è nato a Aiva (Artificial Intelligence Virtual Artist), un software capace di comporre bellissimi brani musicali.

La fine del lavoro è però poco verosimile.

Sicuramente ci sarà una profonda mutazione.

Se da una parte potremmo avere  più disuguaglianza, disoccupazione e  vulnerabilità.

Dall’altra avremo mansioni più interessanti e gratificanti, ritmi e tempi più flessibili, più tempo libero da dedicare alla nostra sfera privata, più spazi di libertà.

Creatività, immaginazione, intelligenza emotiva saranno i fattori determinanti.

Tra le grandi famiglie professionali che meno avranno da temere l’arrivo delle macchine ci sono quelle che hanno a che fare con le relazioni interpersonali. Qui difficilmente i chip potranno sostituire l’uomo.

Persino nei settori high tech i profili professionali più richiesti sono quelli che combinano  competenze tecniche con abilità di interazione e negoziazione.

Le competenze tecniche sono certamente importanti per il nostro sistema produttivo, ma non dimentichiamo che siamo uno dei Paesi con il più basso tasso di laureati  in Europa.

Un punto di debolezza a cui porre rimedio.

Secondo una indagine Ocse del 2018, l’Italia ha una quota di lavori ad alto rischio di automazione che è pari al 15%. Un po’ inferiore alla media Ocse che è del 17,9%. Molti stanno peggio di noi: Germania e Francia 18-19%, Spagna 23% e Grecia 26%. Lo scenario è in così rapida evoluzione che i numeri sono sempre un passo indietro rispetto alla realtà.

Secondo lo storico Yuval Noah Harari, verrà il momento in cui l’ultimo essere umano caricherà il contenuto del proprio cervello sulla memoria di un robot.

Ma è solo una provocazione fantastica, per ora dobbiamo unicamente impegnarci a gestire con intelligenza il cambiamento.

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