Il futuro non si prevede, si inventa di Claudio Maffei


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Burocrazia

1) L’amministrazione pubblica.
2) Pedanteria, grettezza, formalismo, propri di certi uffici pubblici.  

Beniamino Placido, in un articolo su Repubblica, raccontò questa storia che risale a molto tempo fa. Siamo negli anni ’60, al primo governo di centro-sinistra, con Antonio Giolitti al ministero del bilancio. Giolitti è lì per avviare una forma di programmazione economica. Si circonda di studiosi ferratissimi che lasciano volentieri i loro incarichi per trasferirsi provvisoriamente a quel ministero. Uno di loro, particolarmente entusiasta, un economista, si porta appresso un bel po’ di libri della sua biblioteca per ispirarsi nel lavoro che farà. Passa qualche mese. L’esperimento Giolitti si esaurisce. Quei bravissimi consulenti, necessariamente delusi, necessariamente amareggiati, devono lasciare il campo. Il nostro economista entusiasta ficca in una valigia i libri che aveva portato da casa e si avvia giù per le scale. Ma il finanziere che è sulla porta non lo lascia uscire. “Sono libri miei - dice il professore - non posso riportarmeli a casa?”. “Certamente - gli risponde il cortesissimo finanziere - ma si faccia firmare e timbrare un permesso prima.” Con santa pazienza l’economista risale le scale e prova a chie- dere una firma su un pezzo di carta, un timbro, un permesso al capo di gabinetto, al vice capo di gabinetto, al direttore generale, al vice direttore generale; niente da fare, ognuno di loro, cortesissimo, esprime il suo rammaric volentieri, ma non è mia competenza, non è mia responsabilità. Furibondo, il povero economista deluso ha infine un’idea. Prende un pezzo di carta ministeriale, ci sbatte sopra un timbro, ci scarabocchia una firma, la sua, e con quella esce tranquillamente e definitivamente dal ministero che aveva sperato di riformare, fra lo sbatter di tacchi rispettosissimo dei finanzieri di guardia al portone. Il timbro c’è, la firma pure, l’onore è salvo.

Se hai un problema che deve essere risolto da una burocrazia, ti conviene cambiare problema. Arthur Bloch

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