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Libro

Insieme di fogli stampati o manoscritti rilegati e racchiusi da una copertina.  

Dalla prima pagina del saggio "Come un romanzo", di Daniel Pennac.
Il verbo leggere non sopporta l’imperativo... come il verbo "amare"... il verbo "sognare"... naturalmente si può sempre pro-vare. Dai, forza: “amami!”, “sogna!”, “leggi!”, “leggi!, ma insomma, leggi, diamine, ti ordino di leggere!” “Sali in camera tua e leggi!” Risultato. Niente. Si è addormentato sul libro. All’improvviso la finestra gli è apparsa su qualcosa di desiderabile, e da lì è volato via per sfuggire al libro. Ma è un sonno vigile, il libro è ancora aperto davanti a lui e se aprissimo la porta della sua camera, lo troveremmo seduto alla scrivania tutto preso dalla lettura. Anche se siamo saliti con passo felpato, dalla s u perficie del sonno ci avrà sentiti arrivare. “Allora, ti piace?” Non ci risponderà di no, sarebbe un delitto di lesa maestà. Il libro è sacro, come può non piacergli leggere? No, ci dirà che le descrizioni sono troppo lunghe. Tranquillizzati, torneremo alla nostra televisione... “ Hinn domà i liber che resten liber anca quand hinn ligaa.”
Sono solo i libri che restano liberi anche quando sono ri-legati. Questa frase è attribuita a Emilio De Marchi e ha senso solo in dialetto milanese poiché è giocata sul doppio significato della parola “liber”, libro, ma anche libero. Ma non è solo un gioco di parole; esiste un profondo legame fra libertà e lettura, un legame che oggi non viene più percepito. In effetti, non è solo la perdita di valore del concetto stesso di libertà nella società attuale a farmi fare questa riflessione, ma è il crollo verticale della vendita di libri.
Gli ultimi dati Istat rivelano che il 56% degli italiani non legge neppure un libro all’anno. La cosa pazzesca non è tanto il dato statistico, ma sono le motivazioni dei non lettori, che paiono quasi orgogliosi di non leggere mai un libro. Ecco alcune argomentazioni: non ho tempo; faccio fatica; ho bisogno di rilassarmi; ho gli occhi stanchi; mi fa addormentare; è una perdita di tempo; il libro non appartiene alla modernità. Questo è sicuramente dovuto a un ritmo di vita troppo frenetico, alla pervasività della televisione, alla “solitudine” rifuggita costantemente, poiché “leggere” significa stare soli. Questa sfiducia nella parola scritta ci porta a rifiutare qualsiasi approfondimento o ampliamento del nostro orizzonte, se questo passa attraverso la scrittura.
Tornando a Emilio De Marchi, vorrei ricordare che a Milano, qualche anno fa, si è svolto “Liber Expo”, un salone del libro il cui slogan era: “Liberi di leggere, leggere per essere liberi”. Una bella iniziativa che non ha avuto futuro.


Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. Daniel Pennac

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