per una nuova cultura della comunicazione
 

 
   

 

Il valore della relazione
di Enrico Cogno

Quella che Enzo Spaltro chiama la "fine della fame", vale a dire l'ingresso nella societa' dell'abbondanza dopo decenni di societa' della scarsita', ci sta rovesciando addosso una valanga di problemi. Negli anni 50 il mondo si agitava nel dubbio esistenziale: Essere o Apparire? Un giovanotto d'oggi direbbe: "La seconda che hai detto". Infatti e' stata questa la loro scelta, forse inconsapevole: edonismo sfrenato e consumi esagerati. E' successo quindi che gli italiani, campioni nell'arte di arrangiarsi, si siano ritrovati passo dopo passo a dover gestire i problemi (che non appaiono tali, ma lo sono) della societa' del superfluo.
E non sempre un ambiente in cui conta cosi' tanto "apparire" e' davvero appagante.
Anche le famiglie che si sono di colpo arricchite con vincite multimiliardarie, quasi sempre sono finite male. Solo apparentemente l'abbondanza produce benessere e felicita'. Infatti parecchie cose stanno andando storte a questo strano mammifero umano che, nell'arco della sua vita, impiega ben 25 anni per prepararsi a vivere felicemente e intanto ne trascorre altrettanti a dormire: assommando, nella vita media di un individuo, le ore di sonno a quelle del tempo che gli occorre per diventare psicologicamente maturo, ogni persona si gioca 50 anni. Di quello che gli resta, che ne fa, oggi che deve impegnarsi a rendere spettacolare tutto quello che fa, che deve comunicare per comunicare, contribuire al diluvio informativo, essere in copertina, contare sempre piu', valere ad ogni cost che ne fa della sua vita, cos̉ basata sull'apparire? Sara' difficile "Essere", ma "Apparire" e' ancora piu' dura. E' ver oggi non si nega a nessuno un quarto d'ora da protagonista; trascorrendo cento giorni chiusi in un appartamento a farsi la doccia davanti alle telecamere in diretta, anche dei ragazzi banali diventano divi ammirati; confessare un tradimento tra le lacrime dell'amata, sempre rigorosamente in diretta televisiva, fa tendenza e produce successo, tutto vero. Ma dover tendere ad essere sempre in primo piano, sempre protagonista, con i muscoli tesi e le natiche asciutte, abbronzati e griffati in ogni momento, che prezzo ha?
Era piu' facile risolvere il problema dei bisogni: siamo molto meno bravi nel trattare il problema dei desideri. Avevamo appena imparato a capire come tenere a bada i sensi di colpa che questi sono stati sostituiti dall'angoscia. Come dice un mio amic "in tempo di guerra non avevi il tempo di prenderti delle malattie psicosomatiche". La gastrite e' un lusso da angosciati ricchi. Eravamo bravi nell'affrontare i problemi legati alla quantita', non del tutto preparati rispetto a quelli della qualita'; sapevamo tutto sui beni materiali: ce la caviamo meno bene con l'immaterialita'; infatti vendere auto era piu' facile che vendere l'uso dell'auto. Ma la dicotomia principale e' riferita al sistema di apprendiment la scuola funzionava quando si trattava di imparare qualcosa, ma non ha funzionato quando si e' trattato di "imparare ad imparare", in modo specifico quando l'apprendimento avrebbe dovuto favorire l'inserimento nel mondo del lavoro.
Il rapporto scuola/lavoro e' molto carente soprattutto nel campo della comunicazione. Infatti, piu' si avvicina il momento di contatto tra l'entita' scuola e l'entita' lavoro, piu' il rapporto diventa critico, mentre, all'opposto, tanto piu' e' lontano, tanto meglio funziona. L'augurio e' che la controversa riforma dei cicli scolastici possa migliorare lo scenario attuale. Osservate questa scala decrescente dell'education: le scuole materne italiane sono considerate le migliori del mondo, le scuole elementari vengono giudicate ancora piuttosto buone, le medie inferiori largamente migliorabili, le scuole superiori e le universita' offrono soltanto un elevato livello culturale di tipo astratto, totalmente scollato dalla realta' del lavoro. Insomma, quello che in musica si chiama un "diminuendo sino a scomparire".
La domanda che crea il problema: "Come si fa?"
La conseguenza di questa situazione e' una crescente angoscia e la progressiva disattivazione dello spirito d'iniziativa nei giovani, allenati soltanto a chiedere e subito ottenere. A chiedere cose, oggetti, beni, cultura, vacanze, svaghi ed avere, di solito, tutto questo. La societa' dell'abbondanza ha abituato i genitori a comprare e regalare ai loro figli ogni cosa e risolvere (apparentemente) ogni loro problema: il motorino, il cellulare, il corso d'inglese a Londra, il Master a San Diego, senza parlare delle notti in discoteca, delle vacanze a Porto Cervo, del solarium e della palestra, tutte cose che fanno parte in modo imprescindibile della vita quotidiana giovanile. E' una generalizzazione, cert ognuno conoscera' molti giovani che non conoscono l'angoscia, che sono pieni di iniziativa, che non stanno in famiglia sino a 30 anni, non vanno in palestra e sono privi di un sacco di cose. Ma si sta parlando di grandi numeri, non di casi specifici. I migliori si sfogano in lodevoli attivita' di volontariato. In senso generale, pero', si stanno creando giovani inadatti a gestire la societa' dell'abbondanza, nella quale sono nati e nella quale vivranno la maggior parte del loro futuro. Giovani disattivati dall'angoscia di non essere all'altezza di quel successo che e' stato loro impalpabilmente imposto dalla societa' del superfluo. Migliaia di casi mi dimostrano, all'universita' come nel lavoro, che esiste un enorme delta tra le ambizioni e le abilita' nella nostra futura classe dirigente. Il risultato? Molti guai. Vediamone alcuni.
Qualche giorno fa, nel corso di un'intervista televisiva, venne domandato ad un neolaureato cosa lui, nuovo intellettuale/inoccupato, avrebbe saputo fare per "inventarsi un lavoro". Il giovane rimase interdetto e, con rabbia mista a stupore, rispose: "Non capisco perche' dovrei inventarmi un lavoro. Io lo voglio avere un lavoro, non voglio inventarmelo." E il politico di turno lo rassicuro': ci avrebbe pensato lui a elezioni vinte.
Questo e' il punt sono anni che funziona il ritornello chiedi e ti sara' dato. Molti eccellenti laureati affrontano il mondo del lavoro soltanto sommergendolo di curricula, bravissimi a svolgere dissertazioni sulla globalizzazione dei mercati o sul ruolo nefasto della televisione nel deterioramento del processo cognitivo infantile, ma, di norma, incapaci di agire.
Se si esce dal refrain "Come si fa?" e se qualcuno non fornisce uno specifico know how, il meccanismo si blocca.Manca l'autonomia di processo.
Questa non e' un'accusa diretta ai giovani: semmai e' diretta a chi ha prodotto, inconsapevolmente, un clima educativo che li ha ridotti a non sapersi muovere per timore di sbagliare, bloccati in assenza di un modello di riferimento.
Pero', continuando a chiedere "come si fa" e ottenendo sempre una risposta, non si induce a pensare come si potrebbe fare, magari meglio, in modo nuovo, introducendo un cambiamento, dimostrandosi quindi un piccolo innovatore. Manca l'abitudine al pensiero alternativo e piu' ancora al pensiero positivo.
Non si pensa, ad esempio, di sfruttare al meglio eventuali carenze, ma solo di lagnarsene. Ad esempio, in una selezione per un posto da assistente di direzione, giorni fa il selezionatore aveva soltanto incontrato brillanti laureati tutti privi di esperienza. Infatti il ritornello di tutti era: "Purtroppo non ho esperienza". Solo una candidata si distinse da tutti. Anziche' lamentarsi ed iniziare la litania del "purtroppo" ribalto' il problema: "Fortunatamente" disse "non ho esperienza, essendomi appena laureata, ma grazie a questo penso di potervi essere d'aiuto nel vedere le cose con occhi nuovi; non e' presunzione. E' solo voglia di contribuire. Forse, proprio perche' agli esperti certe cose appaiono ovvie grazie alla loro esperienza, possono risultare offuscati certi aspetti per effetto dell'assuefazione: io potrei esservi d'aiuto nel vedere le cose in modo nuovo proprio grazie al fatto di non avere esperienza".
Fu assunta. Aveva mostrato un approccio mentale positivo, era uscita dal gregge, si era "messa in proprio". Mettersi in proprio non vuol dire soltanto aprire un esercizio o creare un'impresa: significa soprattutto offrire freschezza, novita', innovazione, voglia di cambiament vuol dire accettare il rischio. La maggior carenza oggi nei giovani e' la capacita' di intraprendere, di mettersi in gioco. Lo sanno bene le aziende e le agenzie che sono assillate da persone che chiedono, mentre vorrebbero essere circondate da persone che offrono. Nessuna organizzazione orientata al libero mercato e' interessata a risolvere i problemi dei giovani inoccupati, poiche' intende essere, al contrario, aiutata dai giovani a risolvere i propri problemi.Il ruolo dell'education in Italia, oggi, ha quindi un obiettivo di base: fornire un tipo di cultura che sappia sviluppare delle abilita', che aiuti a produrre vantaggi.
Il sapere astratto non viene considerato un valore.
Cio' che serve e' la cultura del problem solving.Il mondo della comunicazione non chiede solo il sapere, ma soprattutto il saper fare.
Il valore aggiunto di un giovane che intenda operare nelle relazioni pubbliche e' quello di saper individuare quello che le imprese chiamano vantaggio competitivo. Un manager in un convegno ha dett "Siamo circondati da giovani che chiedono lavoro e sono sorpreso dal fatto che queste persone non vedono altro che la loro esigenza. La mia azienda non tenta mai di vendere un prodotto pretendendo che i clienti lo comprin infatti, si attiva per presentare ai clienti il vantaggio che quel prodotto offrira' a loro; non riusciremmo a vendere niente se parlassimo solo del vantaggio che deriverebbe a noi".Mi ha confortato il fatto di aver ricevuto pochi giorni fa una e-mail da parte di un giovane siciliano, che non conoscevo, che mi ha quindi spinto a scrivere questo pezzo (che in parte ingloba alcune righe presenti in un articolo pubblicato lo scorso anno) il quale, colpito dall'esempio sopra citato, si e' scosso dall'inerzia, si e' domandato cosa avrebbe potuto fare, ha presentato un progetto ad una delle agenzie che finanziano iniziative di imprenditorialita' giovanile, se lo e' visto finanziare ed ora sta operando in rete con questo progetto, con successo. Mi ha chiesto di poter pubblicare nel suo sito queste considerazioni che, lui carinamente dice, gli hanno modificato il modo di pensare.
In sostanza ha fatto quello che propone Jean Gion "Vuoi un posto al sole? E' normale, ragazzo mio. Ma allora fatti sole, invece di farti posto."La cosa che un giovane oggi deve temere di piu' e' assomigliare ad un timbro, quell'attrezzo cos̉ amato dai routinier perche' offre la garanzia che la prossima impronta sara' identica a quella precedente. Dovrebbe invece assomigliare ad un caleidoscopio che ad ogni movimento genera nuove figure, nuove connessioni, nuovi colori. Per finire, un suggerimento a questi figli della societa' dell'abbondanza: ragazzi, riducete il gap tra le ambizioni e le abilita', migliorando queste ultime soprattutto a livello pratico. Il modo per riuscirci e' molto semplice. Basta evitare di chiedere "Come si fa?" e provare a farlo autonomamente in modo diverso e nuovo. Ogni giorno, tre richieste in meno, sino a farle quasi scomparire. Ed ogni volta, si tratta di inventarsi tre nuovi modi per farle. E' facile riuscirci se si smette di temere cos̉ tanto di sbagliare: l'errore non e' altro che un elemento del quale non e' ancora stata scoperta la positivita'. Serve solo un po' di allenament come dicono i contadini spagnoli, solleva ogni giorno un vitello e ti troverai senza sforzo a sollevare un toro. Una volta ben allenati a fare da soli, ci si trasforma in agenti di cambiamento. Il cambiamento e' progresso, e' vita: resistere al cambiamento e' come resistere alla respirazione. Dopo un po' si muore, soprattutto oggi che siamo al centro del Mondo Veloce nel quale conta non tanto essere una fionda (push) ma una calamita (pull). Per calamitare l'interesse degli altri bisogna migliorare la capacita' di relazione, una relazione, direi, creativa.
Italo Calvino ricordava, nelle "Lezioni Americane", che il silenzio, lo spazio, l'autonomia, l'amicizia, la convivialita', la bellezza sono una rete di connessioni tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo, che saranno la vera ricchezza del terzo millennio.
Eh, si, e ' proprio vero, accidenti: il futuro non e' piu' quello di una volta. 

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