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Scrittura professionale: pubblico batte privato?
di Alessandro Lucchini
 

Lo scorso 23 settembre a Roma è stato presentato il Manuale di scrittura amministrativa, realizzato dall’Agenzia delle Entrate in collaborazione con l’Università di Pisa.
È solo il frutto più recente dell’impegno per la formazione sulla scrittura da parte del mondo pubblico. Impegno che pare aver ormai superato quello del mondo privato.
Da questi anni di semina, è lecito aspettarsi buoni risultati negli anni a venire.

 

L’Agenzia delle Entrate, in collaborazione con il Dipartimento di studi italianistici dell’Università di Pisa, ha organizzato nel biennio 2001-2002 una serie di corsi dal titolo “Scrivere nella pubblica amministrazione”.

Per consolidare l’esperienza maturata nei corsi, il gruppo dei docenti ha realizzato un Manuale di scrittura amministrativa, che riporta una sintesi dei contenuti teorici ed esempi significativi di testi riscritti durante le lezioni.

In linea con i principi elaborati dal Dipartimento per la funzione pubblica, il manuale testimonia il lavoro svolto dall’Agenzia delle Entrate per promuovere un rapporto più trasparente e diretto tra istituzioni e cittadini. (La presentazione è stata tenuta a Roma il 23 settembre, oltre che dai dirigenti dell’Agenzia delle Entrate, anche da Tullio De Mauro ed Emanuela Piemontese, linguisti dell’Università La Sapienza di Roma, e da Fabrizio Franceschini, dell’Università di Pisa.)

Si tratta dell’ultimo atto di uno sforzo ormai decennale, le cui tappe si possono riepilogare come segue.


- 1993: Codice di stile. Il Dipartimento della funzione pubblica edita il Codice di stile delle comunicazioni scritte, che indica agli enti pubblici come semplificare la comunicazione con i cittadini. Citando analoghe esperienze di altri paesi – dal Plain Language americano alla Charte des services publics francese, al Plan de Modernizacion de la Administracion del Estado spagnolo - il libro fornisce una guida per semplificare i testi su diversi piani: lessicale, sintattico, di struttura logica e di articolazione dei contenuti.
- 1997: Manuale di stile. L’idea del Codice viene sviluppata nel 1997, tra le iniziative di semplificazione legate alle leggi Bassanini. Nasce così il Manuale di stile (Il Mulino), il cui concetto di base suona come un manifest "Scrivere in maniera oscura e incomprensibile, spesso ambigua, significa negare un diritto e ostacolare il rispetto delle leggi." È un libro che tutti, non solo i dipendenti pubblici, farebbero bene a tenere sul tavolo.
- 2001: legge 150. È la norma che richiama l’attenzione sul ruolo dei comunicatori nella pubblica amministrazione, indicandone contenuti, valore e percorso formativo.
- 2002: direttiva Frattini. Assegna un carattere più formale alle iniziative sopra citate, indicando le regole di linguaggio da applicare a tutti i testi prodotti dalle amministrazioni pubbliche: regole che riguardano la comunicazione, la struttura giuridica e lo stile dei testi scritti. "Dovranno essere riscritti – precisa - anche i principali atti e documenti amministrativi vigenti: secondo le indicazioni qui contenute e tenendo conto delle segnalazioni pervenute agli Uffici Relazioni con il Pubblico." Indicazione, quest’ultima, non ancora del tutto recepita dai comunicatori pubblici, forse non per scarsa fiducia, ma per pigrizia o timore del cambiamento.
- 2002: progetto Chiaro. Per facilitare l’applicazione della direttiva, il Dipartimento della funzione pubblica avvia un servizio di assistenza alle amministrazioni sul proprio sito web. Dalla sezione dedicata al progetto “Chiaro” si può accedere a due servizi di grande interesse:
- una consulenza online per le amministrazioni: chi sta scrivendo un atto amministrativo e vuole evitare il burocratese può compilare un form, allegare il proprio testo e ricevere i consigli per la semplificazione;
- un archivio di documenti riscritti e semplificati (determinazioni dirigenziali, certificati, autorizzazioni, contratti di appalto, ordini di servizio, avvisi al pubblico, lettere); i testi sono presentati prima nella loro veste originale, poi nella versione semplificata, a dimostrare l’effettiva possibilità di migliorare l’efficacia della comunicazione.
 
- 2003: il Manuale di scrittura amministrativa, la tappa più recente, appunto, citata all’inizio di questo articolo.

Plain language: un dibattito senza fine

Lo sforzo della pubblica amministrazione per la semplificazione del linguaggio solleva anche alcuni interrogativi, tutt’altro che banali: fin dove dovrà spingersi questo sforzo? non porterà a ridurre ulteriormente la conoscenza dell’italiano, già in netto calo, come dimostrano diversi segnali? (i giovani sembrano usare un vocabolario fatto di 500 parole o poco più; in un’indagine sui giovani al servizio di leva, un diciottennte su quattro risulta semianalfabeta, incapace di capire un bollettino postale; un dettato di cinquant’anni fa, proposto oggi ai bambini di una scuola elementare, ha riportato il quadruplo degli errori...).
E ancora: l’impoverimento del linguaggio non porterà a impoverire anche la cultura? un linguaggio così smilzo e limitato non sarà lo specchio di ragionamenti, e di scambi sociali, altrettanto smilzi e limitati?

Interrogativi legittimi. Ma che riguardano altri mondi. La famiglia, la scuola, l’università. I contesti in cui le coscienze e le conoscenze si formano e si sviluppano. Compito degli insegnanti è infatti educare i giovani alla complessità, allenarli alla vita, attraverso le difficoltà crescenti dei percorsi didattici.
Assai diverso è il compito dei dirigenti e funzionari pubblici, che sono chiamati invece a semplificare quelle complessità. Il loro è un compito di servizio alla cittadinanza, non di educazione all’italiano colto. E il servizio alla cittadinanza si rende attraverso un linguaggio comprensibile, lineare, non appesantito da inutili tecnicismi, sigle indecifrabili, frasi lunghe e tortuose, arzigogolerie stilistiche, citazioni di norme e regolamenti.

Per troppo tempo, inoltre, il paravento dell’esattezza formale è stato usato per coprire un'altra intenzione: quella di non assumersi la responsabilità di una comunicazione semplice e trasparente, e come tale impegnativa.

La strada giusta è quella indicata dal cosiddetto plain language, ossia il linguaggio chiaro e semplice, l’antitesi del burocratese. Come spiega il linguista Daniele Fortis in un ottimo saggio nel sito Mestiere di scrivere, "il plain language è il linguaggio che trasmette al lettore informazioni in possesso dello scrittore nel modo più semplice ed efficace possibile. Privo di complessità non necessarie, è la linea retta che costituisce la via più breve fra due punti: l'emittente e il destinatario del messaggio."

Formazione: la chiave di volta

Il ragionamento fin qui svolto ci porta naturalmente a parlare di formazione.
La semplificazione del linguaggio è un’operazione tutt’altro che semplice, sia per il mondo pubblico sia per quello privato (accanto al burocratese, si potrebbe parlare dell’aziendalese, un linguaggio carico di espressioni tipiche di un certo lavoro o di un settore merceologico, altrettanto incomprensibili e pesanti come quelle del burocratese).

Oltre a volontà, determinazione e sensibilità, occorre una preparazione specifica. Occorre la tecnica. E la tecnica si acquisisce con lo studio, e poi naturalmente con la pratica.

Nella mia attività di formatore, è per me molto soddisfacente rilevare il continuo aumento d’interesse per i corsi di scrittura efficace da parte della pubblica amministrazione. Tre numeri, dalla mia agenda: le giornate d’aula comprate da enti pubblici sono state il 41% del totale nel 2001; il 54% nel 2002; il 63%, fino a oggi, nel 2003.

Al dato quantitativo si affianca quello qualitativ programmi mirati, innovativi, con spazi di sperimentazione perfino in e-learning, accanto a programmi di vasta applicazione, che coinvolgono a volte intere organizzazioni. Esemplare il caso della Direzione Agricoltura della Regione Lombardia, che per rivalutare la funzionalità del proprio sito internet ha organizzato e formato una redazione di 150 persone - circa il 70% dell’organico – con corsi di web writing e web content management (il caso è raccontato in un libro, Agricoltura online).

Segnali da cogliere

Tanti segnali concreti di un nuovo impegno sulla comunicazione. E non si tratta solo di corsi in house, chiusi dentro le sacrestie degli enti. Al contrari molti funzionari pubblici frequentano corsi e master in aule miste, confrontandosi con operatori del mondo privato, spesso superandoli in preparazione e sensibilità, desiderosi come sono di migliorare se stessi e il proprio lavoro.

Tra i molti segnali di decadenza dello stato e della cultura civile del nostro paese, questi sono invece segnali positivi. Da cogliere, da valorizzare, da sviluppare.

Se la trasparenza delle istituzioni, il rispetto per il cittadino, la cultura della relazione e del servizio tra pubblico e privato tornerà a essere tra le buone intenzioni dello Stato, una parte del merito andrà riconosciuto proprio alla scrittura.

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