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Pensiero libero "Gli scomunicatori elettorali"
di Claudio Maffei


Sabato 26 giugno 2004 si sono aperte le urne per i ballottaggi e, contemporaneamente, si è chiusa la più brutta e povera campagna elettorale vista negli ultimi trent’anni.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso? L’sms di Ombretta Colli sui cellulari degli elettori della Provincia di Milan vota cinque anni di buon lavoro.

Sono trent’anni che mi occupo di campagne elettorali. Qualcuno dice che sono un “tecnico”, qualcun altro uno “studioso”.
Che dire? Di queste cose
sono sempre stato curioso e non credo che si possa usare la parola esperto, diciamo che mi sono divertito a smontare e rimontare a ritagliare e a tenere in un ricco archivio tutto il materiale degli ultimi trent’anni.
Ecc sono un artigiano della comunicazione politica.
Per quanto riguarda la parola “tecnico” non ho mai pensato che il comunicatore possa definirsi tale e mi piace citare ciò che diceva un grande come Gregory Bateson: “Coloro ai quali sfugge completamente l’idea che è possibile avere torto, non possono imparare nulla se non la tecnica”.

La comunicazione è essenzialmente ascolto. Produce cultura, permea i valori e i comportamenti di tutti noi. Non possiamo però negare che questi valori e questi comportamenti cambiano continuamente. Per comunicare bisogna essere creativi, avere competenze, capacità d’innovazione e, soprattutto, cogliere i segnali deboli della società.
Se tutto ciò è valido per vendere un sugo o un detersivo pensate quanto può essere importante per avere la fiducia degli elettori.

Mai come quest’anno, il mio tentativo di studiare i fenomeni e non giudicarli mi riesce difficile. Poi si dice che gli italiani non amano più la politica, non se ne interessano, disertano le urne. L’impressione è che i politici italiani abbiano totalmente dimenticato le regole della comunicazione.

La totale “personalizzazione” dei messaggi fa appiattire anche i creativi più raffinati .
Quali sono gli argomenti? Qual è la scelta dei media? La maggior parte delle campagne si sono avvalse della sola affissione con il solito faccione in primo piano sia da parte dei big nazionali sia da parte degli sconosciuti peones.
Non si può non citare Silvio Berlusconi. Tutti gli addetti ai lavori sono rimasti sorpresi nel vederlo in una foto nella quale non guardava in faccia l’elettore, con uno sguardo obliquo che gli conferiva un’aria elusiva.
Sessanta giorni prima del voto, durante un viaggio a Roma, ho trovato la città tappezzata da questi manifesti giganti. E la scelta dei testi? Abbastanza scontati.
Il tempo pieno a scuola: più scelta e più qualità per le famiglie.
Grandi opere attivate per 93 miliardi di lire (lire?).
Il Governo che è riuscito a lavorare più a lungo nella storia della repubblica, l’unico in grado di mantenere gli impegni.
Per essere protagonisti in Europa e nel mondo.

Ma c’è davvero qualcuno che crede a frasi che iniziano con le parole : Per essere protagonisti…?

E l’opposizione?
Dal demagogico Scuole, pensioni, ospedali. Non bugie.
Al terroristico Arrivi a fine mese?.
Sembra, come al solito, appiattirsi sulla critica invece che sulla proposta alternativa.

Forse la cosa migliore, nel senso tecnico, l’ha fatta l’UDC col suo Io c’entro, messaggio estremamente sintetico che può essere letto in almeno tre modi:

1. quello letterale: sono cose che mi riguardano,
2. quello più induttivo io ci entro, nel senso di, io partecipo,
3. quello subliminale che si ottiene togliendo l’apostrofo e facendo apparire la parola centro che da sempre seduce gran parte degli elettori del nostro Paese.

Chi temeva persuasori occulti e un uso spregiudicato di internet scopre di aver sbagliato tutto. Dire che siamo fermi agli anni 60 è, a dir poco, ottimistico.
Oliviero Toscani ha definito questa campagna “sovietica” e il sociologo
Vanni Codeluppi “elementare, arretrata, poco inventiva”.

Nel mio archivio ho ritrovato i manifesti del Partito Comunista, della Democrazia Cristiana, del Partito Liberale, del Partito Repubblicano e del Partito Socialista per le elezioni europee del 1984.
E’ evidente l’uso di agenzie, di creativi, di copywriter che sapevano coinvolgere e intrigare l’elettore come ancora oggi vediamo fare per gli spot dei prodotti di largo consumo.

Invece nella politica si è persa la creatività, dimenticando di costruire un’identità di marca: i manifesti 6 x 3 di Berlusconi non recavano neppure il simbolo di Forza Italia.

E gli slogan?

Le parole senza emozioni colpiscono le orecchie ma non il cuore, quello che la politica odierna non ha il coraggio di fare è esplorare tutte le possibilità di linguaggio ricordando che parlare “con la gente” è diverso dal parlare “alla gente”.
La politica dovrebbe lasciare il proprio linguaggio per adottare quello della gente, per riuscire così a portare il proprio target all’azione, alla partecipazione.
Bisognerebbe anche saper integrare la serietà dei fini con la mondanità dei mezzi, puntare cioè su aspetti ludici, sperimentare forme nuove di linguaggio.
Non si può certo scrivere un sms come un volantino elettorale.

Noto molta paura, molta difficoltà a leggere il nostro tempo. Il risultato sono tutte queste facce sparse sui muri che non hanno altro da dire che il proprio nome, ripetuto ossessivamente sperando di entrare nella testa della gente.
Ma in mezzo a questa folla di volti, a questa tempesta di messaggi, è sempre più difficile emergere e prima o poi arriva il momento in cui la gente non ascolta più.

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