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Pensiero libero: La formazione permanente, unico strumento per dominare il cambiamento
di Claudio Maffei
 

Gli anni che stiamo vivendo non lasceranno dietro di sé grandi rimpianti. E' infatti dall’avvento dell’ Euro che attraversiamo, con preoccupazione, una situazione di crisi, non solo mondiale, ma anche e soprattutto nazionale. Tuttavia la definizione di crisi mi sembra calzante solo dal punto di vista economico. Quello che stiamo vivendo è un momento del tutto particolare, sicuramente molto diverso da quello che ci ha preceduto e, facilmente, assai diverso da quello che verrà. Siamo in una fase di forte cambiamento e quindi necessariamente di difficoltà e insicurezza. Sono caduti i valori e le certezze che ci hanno accompagnato per moltissimi anni, ed ora dobbiamo lavorare per definire i nuovi valori che caratterizzeranno il nostro futuro. Le certezze, invece, non saranno altrettanto facilmente ricostruibili, poiché il cambiamento sarà talmente costante e talmente veloce che, chi e' abituato a pianificare per tempo il proprio lavoro, si troverà in gravissimo imbarazzo.

La difficile contingenza mondiale che ha coinvolto politica, economia e società, ha contribuito a delineare un panorama complesso e di non facile interpretazione. Le aziende affrontano nuovi problemi ed hanno nuove esigenze che necessariamente dobbiamo condividere, risolvere e, ancora meglio, cercare di anticipare.

L'ansia che ne deriva molto spesso genera timori ed incertezze che non lasciano intravedere le potenziali opportunità, sempre presenti in momenti come questo.
Può essere davvero la fine di qualcosa, ma nello stesso tempo sarà l'inizio di qualcos'altro e, perché no, il nuovo può anche rivelarsi migliore del vecchio.

Il mondo sta cambiando sempre più rapidamente.

Così, un economista tedesco delinea, in modo suggestivo, l’attuale situazione:

"Immaginiamo un campo rotondo, a dossi, con molte reti, su cui delle persone giocano una partita di calcio. Molte persone differenti, ma non tutte, possono partecipare al gioco, o uscirne, in momenti diversi. Alcune di queste persone possono mettere in campo dei palloni, o toglierli. Mentre i palloni sono in gioco, ciascuno cerca di colpire qualsiasi palla gli arrivi a tiro per spedirla verso le reti che desidera, e lontano da quelle che vuole evitare. La prima idea che ci facciamo di una tale partita è quella di un campo in cui vige un caos generalizzat niente regole, niente squadre, nessun tipo di cooperazione o di coalizione. E' impossibile scorgere un qualsiasi disegno globale.

Ci troviamo di fronte ad un contesto con decisori multipli e scopi diversi, che mutano in relazione alla situazione e alle motivazioni dell'individuo che li ha generati. Non dobbiamo a questo punto pensare che l'organizzazione sia dominata dalla confusione.
Esiste un ordine, ma esso non è né rigido né necessariamente imposto dal centro”.

Se questo è lo scenario in cui viviamo, come comportarsi di conseguenza?

Un'antica storia indiana, narra di un grande elefante che se ne stava davanti ad un saggio immerso nella meditazione. Vedendo da vicino le grandi zampe dell’elefante, il saggio disse che non poteva trattarsi certamente di un animale. Dopo un po' l'elefante cominciò ad allontanarsi. Vedendo il movimento il saggio cominciò a chiedersi se, per caso, non potesse essere in presenza di un grande animale. Alla fine l'elefante se ne andò, e quando fu ormai sparito, il saggio vide le orme che l'animale aveva lasciato e dichiarò con sicurezza che lì c'era stato un elefante.
Noi non dobbiamo fare come il saggio indiano, dobbiamo essere sempre più esperti nel cogliere i segnali deboli della società.

Non dobbiamo più comunicare per cambiare gli atteggiamenti altrui: e' ora di comunicare per cambiare i nostri atteggiamenti!

In un tale scenario la funzione dell'ascolto è sicuramente più importante di quella della parola. Dovremo riuscire ad ascoltare rumori dove gli altri pensano ci sia solo silenzio. Dovremo essere sempre più esperti nel cogliere i segnali deboli della società.
Uno degli obiettivi che dovremo darci è quello di comunicare meno, ma in modo più profondo. Non rincorrere la quantità, ma la qualità delle relazioni.
Mettersi in relazione significa “parlare con”, c'e' questa voglia di dialogo, di mettere le cose in comune. Arriverei a dire: voglia di creare un rapporto amichevole fra chi dà l'informazione e chi la riceve. Negli ultimi anni mi sembra si sia cercata l'efficacia più che la verità, si sia cercato il consenso più che la critica, ma io sono certo che questa è una strada sbagliata.

Forse, oltre a ciò che è stato detto fin qui, la comunicazione, in questi anni, ha anche subito una sorte apparentemente positiva ma, in realtà, letale. E' stata di moda, di successo. La peggior cosa che possa succedere a una persona, a un oggetto, a una professione, è essere "di moda". Infatti il successo e' il livello più alto della crisi, chi ha successo non pensa più a crescere, non pensa più a imparare cose nuove, non pensa a formarsi, pensa soltanto a mantenere il successo ottenuto, a restare di moda. Tutti coloro che si sentono realizzati, arrivati, appagati, in realtà stanno già morendo.

La formazione permanente è la chiave di volta per superare questa situazione, ma l’esigenza fondamentale è conciliare la teoria con la pratica. Purtroppo, non sempre queste due capacità procedono a braccetto. I teorici non gradiscono “sporcarsi le mani” con la pratica, e i pratici considerano la teoria come qualcosa di fumoso e di astratto. Queste, tuttavia, sono solo posizioni antiquate e poco logiche perché, in verità, teoria e pratica dovrebbero essere sempre abbinate, poiché solo dalla loro unione può nascere il meglio in tutti i campi, ma, soprattutto, nel mondo del lavoro.

 

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