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La crisi: pericolo o opportunità?
di Claudio Maffei


Gli anni che stiamo vivendo non lasceranno dietro di sé grandi rimpianti.

E' infatti dall’avvento dell’ Euro che attraversiamo, con preoccupazione, una situazione di crisi, non solo mondiale, ma anche e soprattutto nazionale. Tuttavia la definizione di crisi mi sembra calzante solo dal punto di vista economico. Quello che stiamo vivendo è un momento del tutto particolare, sicuramente molto diverso da quello che ci ha preceduto e, facilmente, assai diverso da quello che verrà. Siamo in una fase di transizione e quindi necessariamente di difficoltà e insicurezza. Sono caduti i valori e le certezze che ci hanno accompagnato per moltissimi anni, ed ora dobbiamo lavorare per definire i nuovi valori che caratterizzeranno il nostro futuro. Le certezze, invece, non saranno altrettanto facilmente ricostruibili, poiché il cambiamento sarà talmente costante e talmente veloce che, chi e' abituato a pianificare per il proprio tempo, si troverà in gravissimo imbarazzo.

La difficile contingenza mondiale che ha coinvolto politica, economia e società, ha contribuito a delineare un panorama complesso e di non facile interpretazione. Tutti noi affrontiamo nuovi problemi e abbiamo nuove esigenze che necessariamente dobbiamo risolvere e, ancora meglio, cercare di anticipare.

L'ansia che ne deriva molto spesso genera timori e incertezze che non lasciano intravvedere le potenziali opportunità, sempre presenti in momenti come questo.
Può essere davvero la fine di qualcosa, ma nello stesso tempo sarà l'inizio di qualcos'altro e, perché no, il nuovo può anche rivelarsi migliore del vecchio.

Nella scrittura cinese la parola crisi è composta da due ideogrammi che significano pericolo e opportunità. In momenti come questo vi sono persone che falliscono e persone che prosperano. Infatti, non è l’evento esterno che influisce sul nostro stato ma il modo in cui noi reagiamo a questo evento. Il modo in cui il nostro cervello processa ciò che accade intorno a noi. I principali responsabili del nostro malessere, quindi, siamo noi. Raggiungere questa consapevolezza è un modo per amarsi di più e riscoprire finalmente la gioia di stare con gli altri. Si, perché l’uomo può esprimere sé stesso solo attraverso le sue relazioni , il confronto con gli altri e il dialogo costruttivo.
Le persone si definiscono attraverso le loro relazioni, ognuno di noi è il figlio di… è il padre… è il marito o la moglie di…fa parte del tale club o della tale associazione. L’universo umano è fatto di relazioni.
Quindi per affrontare il cambiamento del mondo attuale abbiamo bisogno di grandi capacità relazionali.

Proprio di questo mi sono occupato in un libro che uscirà nei prossimi mesi: Relazioni Virtuose.
Il libro parla dell’efficacia della Programmazione Neurolinguistica nella comunicazione interpersonale, quindi, nelle relazioni fra gli uomini.
I fondatori della PNL, John Grinder e Richard Bandler definirono questa scienza con le seguenti parole: “Un modello di quel particolare mondo di magia e illusione, costituito dal comportamento e dalla comunicazione umana. Lo studio delle componenti della percezione che rendono possibile la nostra esperienza. Con l’espressione Programmazione Neurolinguistica indichiamo quello che a nostro giudizio è il procedimento usato da tutti gli esseri umani per codificare, trasferire, guidare e modificare il comportamento”.
Queste le parole dei padri fondatori. In realtà la PNL è molto di più. E’ un’ altra maniera di vivere e concepire il mondo e la realtà circostante: un modo per cambiare la propria vita aprendosi a nuove risorse e nuove opportunità.
L’ascolto attivo, la flessibilità, la creatività e la disponibilità, secondo questa scienza, sono i pilastri delle nostre buone relazioni. Vediamoli più da vicino.

Ascolto attivo

Quante persone avete trovato che, senza nemmeno farvi finire la domanda, vi dicono ”certo, certo”, e subito illustrano la loro idea?

Credo che la peggiore carenza, nell’epoca della comunicazione, sia proprio l’ascolto. Intendiamoci, non parlo di udit udire è molto diverso da ascoltare.
Perché l’ho chiamato ascolto attivo? Perché la persona che ode qualcosa è, in realtà, passiva. Chi ascolta, invece, si concentra, ha contatti oculari con l’interlocutore, sospende ogni altra attività e, soprattutto, sospende il giudizio.

Questo è un aspetto bellissimo che ci insegna la Programmazione Neurolinguistica.Gli studiosi di questa materia ci dicono costantemente “studia l’altro, non giudicarlo”. Infatti le persone ci danno segnali verbali, paraverbali e non verbali per permetterci di scoprire come è fatta la loro mappa del mondo.
La mappa è il modo di costruire un modello della realtà che ognuno di noi ha appreso dalla propria esperienza. Qualunque persona parli con noi, userà la propria mappa e si aspetterà da noi determinate risposte. Confronterà quindi le nostre risposte con l’idea precostituita di ciò che lui vorrebbe ascoltare .
E non è detto che le due cose coincidano.

Flessibilità

E' una dote essenziale per chiunque abbia rapporti con gli altri. Le persone meno adatte a un mondo basato sulle relazioni interpersonali sono quelle che si esprimono con frasi del tipo : “Io sono fatto così”, “È una questione di principio”.
L’obiezione che a volte le persone mi fanno in aula quando parlo di flessibilità è: “Ma se mi adatto troppo all’altro, poi, non sarò più me stesso ?” E chi l’ha detto? Non è che assaggiando un cibo che non vi piace, o andando una settimana in montagna al posto del consueto e adorato mare, cambierà qualcosa dentro di voi. Anzi, magari può cambiare l’apertura mentale che, con la nuova esperienza, ci guadagna!
State certi, potrete cambiare opinione su alcuni fatti della vita, rimanendo voi stessi.

Creatività

Oggi se ne parla molto ma, forse, è più una moda che una vera convinzione. Insegnando all’università e facendo il consulente di Confindustria, sono un buon “ufficio di collocamento”. Ogni tanto trovo un imprenditore che mi chiede un giovane creativo, intelligente, portato all’innovazione. Glielo trovo. Dopo qualche mese il giovane normalmente viene da me a lamentarsi, dicendomi che nell’azienda gli hanno dett “Da domani fai questo, questo e quest’altro”.
Ma non lo volevano creativo? La risposta è difficile. Credo che ancora oggi molti imprenditori preferiscano avere dipendenti che funzionano anziché dipendenti che pensano.
Al di là delle mode, poi, nelle relazioni interpersonali, le cose difficilmente vanno come sono prospettate nei manuali. La creatività servirà dunque per tirar fuori, al momento giusto, qualche coniglio bianco dal cilindro.

Disponibilità

Mi sembra quasi ovvio sottolineare che questo elemento è fondamentale ogni volta che ci troviamo ad avere rapporti interpersonali. Essere disponibili con un'altra persona significa lasciarla esprimere liberamente, mettere da parte l’ego, sospendere ogni interesse per lo scorrere del tempo. Arrendersi, non convincere; non manipolare, non insistere. Cercare le cose che uniscono e non quelle che dividono. Tutti dovremmo vivere questi momenti di intimità con gli altri, con amore e con passione.

Un altro modo per saper gestire le relazioni è assumersi la responsabilità delle proprie emozioni, anche se queste sono state provocate da qualcun altro.
Molto spesso siamo preda del vittimismo. Diamo al mondo le colpe di ciò che non ci riesce nella vita.
Ora, essere arrabbiati o delusi può capitare, ma attenzione a frasi quali “ ce l’hanno tutti con me”. Sono sterili e non portano a nulla.
La parola respons – abilità ha in sé un significato fantastico. E’ l’abilità di dare risposte.
Se noi pensiamo che il mondo è fatto così e non potremo farci nulla, facilmente non ci daremo delle risposte, ma se assumeremo la responsabilità delle nostre relazioni con gli altri, dovremo trovare in noi le risposte, cioè le soluzioni.
Il modo migliore per trovare le risposte è farci delle domande. Le domande hanno il potere di “svegliarci” dal nostro torpore quotidiano. Socrate aiutava i suoi allievi a trovare da sé le risposte ponendo loro delle domande. Questa tecnica è stata chiamata “maieutica” da due parole greche maia – technè che significano “l’arte della levatrice”.
Non dobbiamo più comunicare per cambiare gli atteggiamenti altrui: e' ora di comunicare per cambiare i nostri atteggiamenti!
In un tale scenario la funzione dell'ascolto è sicuramente più importante di quella della parola. Dovremo riuscire ad ascoltare rumori dove gli altri pensano ci sia solo silenzio. Dovremo essere sempre più esperti nel cogliere i segnali deboli della società.
Uno degli obiettivi che dovremo darci è quello di comunicare meno, ma in modo più profondo. Non rincorrere la quantità, ma la qualità delle relazioni.
Mettersi in relazione significa “parlare con”, c'e' questa voglia di dialogo, di mettere le cose in comune. Arriverei a dire: voglia di creare un rapporto amichevole fra chi dà l'informazione e chi la riceve. Negli ultimi anni mi sembra si sia cercata l'efficacia più che la verità, si sia cercato il consenso più che la critica, ma io sono certo che questa è una strada sbagliata.

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